Dialoghi d'amore/APPENDICE/Poesie ebraiche (versione letterale)/I. Elegia sopra il destino

I. Elegia sopra il destino

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APPENDICE - Poesie ebraiche (versione letterale) APPENDICE - II. Versi sul libro Zebach Pesach
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I

ELEGIA SOPRA IL DESTINO

del saggio don Jehudah Abarbanel

[1504]


Il destino colpí il mio cuore con aguzzo dardo,
   e dilaniò le mie reni dentro di me:
mi ferí, e la ferita sua è incurabile, —
   mi avvilí, e rese eterna la mia angoscia;
mi abbatté e fiaccò la mia carne,
   e il dolore divorò il mio sangue e il mio adipe.
Spezzò tutte le mie giunture nella sua collera,
   si alzò e si levò contro di me come un leone.
5E non basta che mi contorse come un turbante,
   e mi fece fuggiasco e bandito nel fior della mia giovinezza,
e come un mercenario mi costrinse a vagare per il mondo,
   e fino agli estremi confini della terra mi fece errare: —
ed ecco questo è per me quasi il ventesimo anno
   che non riposarono il mio cavallo e i miei carri.
Il suo palmo misurò le acque e il suolo di tutte le terre,
   e i suoi artifici distrussero la mia primavera.
Allontanò l’amico da me e scacciò i figli dell’etá mia,
   mandò lontana la gente che mi era prossima:

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10 e piú non vedo e non conosco quelli che mi erano familiari,
   e mia madre e mio fratello e mio padre;
i miei cari egli disperse, l’uno a settentrione,
   l’altro a oriente e l’altro a occidente:
affinché i miei pensieri perdano ogni tranquillitá,
   e io non trovi pace nemmeno nella mia meditazione.
E quando si volgono i miei sguardi verso oriente,
   la separazione da loro mi morde nel tallone:
mi sdrucciola il piede e il mio cuore è inquieto e agitato,
   e non so decidere se vado o se ritorno.
15 Ah si, il destino infranse e laceró il mio cuore
   e lo dilanió come gli orsi e i lupi;
e sospiri con spaventi lo hanno battuto
   per furto del ladrone e saccheggio dei beni e prigionia.
Agli occhi suoi questo apparve poco, e cercó
   di annientarmi, per estinguere la mia fiamma.
E nacquero a me due figli maschi,
   figli amabili per bellezza e splendore, veramente graziosi;
e il minore lo chiamai Samuele:
   ma il destino, mio nemico e oppressore, lo rapí,
20 e lo abbatté al suo quinto anno di vita;
   e crebbe sopra di lui il mio pianto e la mia tristezza.
Il maggiore, cui diedi il nome di Isacco
   Abarbanel, — secondo la roccia da cui venni sbozzato,
secondo il nome grande in Israele, secondo il suo avo,
   secondo il figlio di Isciai, che è la luce dell’Occidente, —
quando mi fu nato, bene previdi per lui, ché abitava
   nel cuor suo la saggezza e il meglio dell’avo suo e il meglio di me.
Ma in etá di un anno, ahimè, lo rapi lungi da me
   e lo trasse via il destino, mio avversario e persecutore.
25Nel tempo che furono cacciati i figli dell’esilio di Sepharad,
   il re comandò di porre un’imboscata contro di me,
perché non potessi fuggire e trasmigrare attraverso le persecuzioni;
   e di prendere il figlio mio ordinò, — il midollo delle mie ossa, —
per attrarlo nella sua legge, nel proprio interesse.
   Ma ne avvertí le orecchie mie un uomo buono, amico mio:
inviai il bimbo con la sua nutrice, nel buio
   del cuor della notte, come se fosse cosa da me rubata,
in Portogallo. Il nome del re di quel paese era Manuele,
   il quale in addietro era stato mio persecutore.

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30Lá grande l’onore e la ricchezza del padre mio
   finché visse il padre di lui; e quello era il mio re, che io amavo.
Ma questo si levò come scellerato e crudele,
   e saccheggiatore, uomo cupido e astuto.
E quando congiurarono contro di lui i suoi principi e suo fratello,
   egli mio padre tra i congiurati falsamente accusó.
Poi che ebbe assassinato suo fratello, cercò di uccidere anche lui:
   ma lo salvó dalla morte Colui che sopra i cherubini procede.
Egli potè fuggire nella Castiglia, dove
   è il luogo dei miei antenati, e dove è la mia casa avita.
35Ma quegli saccheggió il mio patrimonio fino alla distruzione,
   e spogliò i miei beni, il mio argento come il mio oro.
E come apprese che mio figlio era giunto nella sua terra,
   e la casa di mio padre in Italia per mio rifugio,
lo fece imprigionare affinché non venisse piú via, e ordinò
   che non potesse dar conforto all’anima mia.
Poi che costui morí, sorse in sua vece un re stolto,
   il quale era ostinato nella sua legge, e uomo vano.
Egli forzò tutta la comunitá di Giacobbe, e obbligó
   a trasgredire la legge tutti i figli del mio nobile popolo.
40E molti si uccisero da sé, per non calpestare
   le leggi di Dio, mio soccorritore.
E fu preso il midollo dell’anima mia, fu mutato
   il suo nome buono, che è come la roccia da cui venni sbozzato.
Giá egli conta dodici anni, e ancora
   io non l’ho veduto, per colpa del mio egoismo e del mio errore.
Io piango: e sul mio capo l’ira mia,
   e contro l’anima mia le mie lagnanze e la mia querela:
ché io lo feci fuggire dentro la rete, per inquietudine,
   e dalla fiamma lo mandai in mezzo al rogo.
45Io speravo in lui, e fui deluso della mia aspettazione.
   Perchè stai indugiando, cerbiatto mio caro?
perchè cosí opprimi il cuore di chi t’ha generato,
   e sei come chi infigga un dardo nelle mie reni?
Tu ottenebri in una nebbia la luce, e trasformi
   il suo chiarore davanti agli occhi miei in un crepuscolo.
La luna si oscura continuamente al mio sguardo,
   e le stelle dormono nascoste in una nube.
E non un raggio del mio sole riluce nella mia miseria
   e non penetra per le finestre del mio cuore.

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50E non fiorisce la rosa del mio Saron,
   e non scende la pioggia sui miei prati.
Tu rapisci il sonno agli occhi miei nel pensiero di te,
   e io non distinguo piú il tempo del levarmi e del coricarmi.
Non gusto le mie vivande, e il miele
   al mio palato è amaro: una coppa di veleno m’è ogni dolciume;
come una pietra dura son per me i pani inzuccherati,
   e tra le lagrime mangio il mio pane secco:
lagrime mescolo nella mia acqua, e bevo,
   e non entra nella bocca mia il succo dei tralci,
55e d’acqua son ebro e vado errando,
   cosí che mi si tiene figlio di un Rehabita.
Ma quando sogno il tuo ritorno e vedo
   la tua immagine con gli occhi della mente,
le sventure si trasformano per me in dolcezze
   e il mio viso riluce come per aureo splendore:
dormo, e dolce mi è il sonno,
   e mi desto sazio di benessere e di soddisfazione;
bevo, e la mia acqua mi è dolce,
   e soffice mi riesce la zolla in tua compagnia.
60Ma quando poi ripenso il tuo esilio, pari a fuoco
   arde il cuor mio e mi colpisce calor di sole:
e sono com’uomo istupidito e stordito,
   curvo nella statura, piccolo e angusto nella persona.
Nel rimembrare di te la mia gioia e insieme la mia pena,
   tu il mio balsamo e tu pure il mio persecutore e il nemico mio.
La tua immagine in me nel cuore è scolpita,
   la tua partenza è incisa nell’intimo del cuor mio:
mi suscita, sebbene a stento, sensi di giubilo
   la tua figura, ma la tua lontananza mi rattrista.
65La tua separazione rende vani i miei pensieri,
   il tuo esilio rende aspro e traviato il mio cammino.
A causa di te l’orgoglio dell’anima mia si curvò atterrato,
   e umiliai a causa di te la mia superbia:
cosí che i sicomori furon piú alti che il mio cipresso,
   cosí che si alzò sopra i miei cedri anche una pianta d’isopo,
cosí che si leva piú in alto del mio sparviere un pipistrello
   e sopra le mie ali d’aquila un volo di mosca.
Come nella mia infanzia son fatte deboli le mie membra,
   e vittorioso sopra leoni è un agnello.

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70Dispregio il canto; e ruppí giá il mio liuto,
   l’arpa mia appesi ai salici:
ho mutato in sonori lamenti la mia canzone,
   il mio flauto vibra nel mio dolore con tono spettrale.
La mia gru è trasmutata in istrice, la mia tortora
   è diventata come un dragone e la mia colomba pari ad un corvo.
Presi a odiare i palagi dei re,
   e desiderai abitare il deserto dell’Arabo.
Figlio mio, lo strazio del tuo esilio mi dilania
   e mi abbranca e mi ha cinto di reti,
75e ha portato avvilimento nel mio cuore, e incertezza
   nei miei pensieri e nelle mie ossa debolezza.
Ascolto tua madre ogni giorno piangere,
   quando te chiama: — Diletto del cuor mio, delizia mia!
chi è colui che dal mio seno ti furò?
   chi ti ha reso perduto, o frutto dell’amor mio? —
E come io non fui piú capace di sopportare il suo pianto
   né di celare la mia angoscia nell’intimo mio,
la lasciai e mi recai a servire
   il mio re, che Iddio mi diede per mio benefattore:
80e cosí andai vagando e non trovai riposo e fui errante,
   abitando in mezzo a Edom, fra il popolo del mio rogo;
né trovai guarigione per la mia ferita.
   Chi mai correggerá il destino che mi spinge a errare e mi abbatte?
Disprezzo i giorni e le notti di pena:
   preferisco ad essi la morte — ah, cosí venga!
La vita pesa grave sopra di me, e i giorni
   come la sabbia dei mari sopra le mie spalle e sulla mia schiena.
Che cosa vale una vita di affanni?
   Giá è venuta su me la fine che mi era destinata.
85Per l’anima amareggiata la vita è come la morte:
   e anche se ho molto, poco e molto è uguale per me.
Perché sto io attendendo, per gran numero di giorni e di anni,
   di vedere un po’ di bene, come un’orsa rapace, priva di figli, in agguato?
Gli eventi del giorno son figli della faretra, e l’arco loro,
   nell’altezza del cielo, è il destino, che mira a me e mi saetta:
e io son posto come bersaglio a questi dardi,
   che vengono stringendo il cerchio che io ho segnato.
Mi volgerò ora a parlare al mio unico figlio,
   affinché non sia piú per me causa di struggimento.

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90— O mio primogenito, rivolgi il tuo cuore: e conosci che sei figlio
   di sapienti, che son pieni di saggezza come un profeta:
e la sapienza è a te ereditaria. Deh, non lasciare
   andar perduti piú i giorni della giovinezza, o mio diletto!
Vedi ora, figlio mio caro, di imparare
   a leggere la Scrittura e a intendere una mia lettera,
di apprendere la Misc’nâ e di studiare il Talmud,
   secondo le tredici regole, per obbiezioni e soluzioni! —
Come potrei altrimenti contenermi al pensiero della sua conversione?
   Questa la mia malattia, la febbre mia, la spina mia:
95questa strazia come il coltello del mercenario
   la chiostra del mio cuore, e non è rasoio di barbiere:
questa insinua nel cuor mio languore
   e filo di spada dentro nel mio corpo e nelle mie viscere.
A chi posso io confidare la moltitudine dei miei pensieri?
   a chi darò da bere il mosto del mio torchio e del mio tino?
e chi gusterá e mangerá, dopo il tempo
   della mia partenza, il frutto della mia speculazione e ciò che ho scritto?
chi comprenderá ciò che è riposto nel mio libro,
   gl’intimi sensi dell’opera di mio padre, colonna mia?
100chi attingerá, assetato, l’acqua della mia fonte?
   chi la berrá nell’arida terra e nella siccitá?
chi raccoglierá quietamente il frutto della mia piantagione,
   dove l’albero della conoscenza è la mia luce e il mio sostegno?
chi compirá e concluderá le mie opere?
   chi intesserá della mia tela l’ordito e la trama?
chi si ornerá dell’ornamento della mia conoscenza, dopo la mia morte?
   e chi cavalcherá il mio mulo in vece mia, —
fuori che tu, diletto dell’anima mia, mio erede?
   Io debbo alla mia rocca un pegno.
105 Di te ho sete, te desidera il mio corpo,
   in te acqueto la mia sete e sazio la mia fame.
A te è destinata la mia lucida intelligenza,
   lo splendore del mio sapere e la saggezza che rifulge in me.
In parte mi venne in ereditá del padre che mi ha ammaestrato,
   del padre della sapienza, che fu mia guida e mio maestro;
e per il resto è acquisto delle mie fatiche,
   ché l’ho conquistata col mio arco e la mia spada.
I miei pensieri divennero si profondi, che i saggi
   di Edom furono agli occhi miei come cavallette;

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110andai nei luoghi delle loro discussioni,
   e non vi fu alcuno che potesse contendere con me:
io vinco chiunque si levi contro di me,
   abbatto e pongo in imbarazzo il mio oppositore.
Chi mai troverebbe il coraggio di affrontare [contro di me]
   il mistero dell’origine e il segreto del carro e dell’auriga?
Io ho un’anima piú elevata e piú splendida
   che le anime dei figli della mia stirpe umiliata:
io ho una forma, consolidata nella forza della sua roccia,
   radicata e avvinta dentro il mio carcere.
115E quando sia perfetta per elevarsi piú sopra del suo gradino,
   io godrò di salire su per la scala,
Diletto mio, che cosa stai a fare in mezzo al popolo di cuore impuro,
   come una pianta di pomi in mezzo a una foresta selvaggia?
e perché la tua pura anima è in mezzo alle genti,
   come un giglio tra rovi ed erbe?
Alzati e cammina e vieni a me nell’esilio mio:
   fuggi, e fatti simile per amor mio al capriolo e al cerbiatto;
e vieni alla casa del padre, della roccia che ti ha generato.
   Che ti sostenga il mio Dio, fortezza mia;
120che egli, il mio Dio, spiani il tuo cammino,
   e dalle angustie conduca te all’aperto!
Dia egli le benedizioni dei miei antenati sul tuo capo
   e anche a te le benedizioni di mio padre e del mio avo;
illumini la tenebra della mia mente, e trasmuti
   nella pienezza della sua pietá in rettitudine la mia stortura,
Io affido a Dio, mio pastore, il mio seme
   e consegno al mio Dio, padre mio, il mio peso.
Possa egli farmi vedere la gazzella del mio desiderio: in faccia a lui
   io chiamo il mio diletto, che mi ascolta.
125Allora io canterò al mio creatore il cantico dell’amore,
   celebrerò le sue lodi fin che vivrò con un canto d’amore,
e porterò davanti a lui la mia offerta
   e preparerò il mio dono, per portarlo a lui.
In esso è l’anima mia, legata al Santissimo,
   in esso il mio sentimento, ivi i miei occhi e il mio cuore.
Possa piacere a lui, al mio Dio, il mio canto di lode
   e piú che un giovine toro il mio salmo e il mio inno!
Possa egli farmi vedere la magnificenza e la bellezza di Sion
   nel suo splendore regale! E lá sono le ali distese del Cherubim,

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130e immutabilmente stanno congiunti sulla sua vetta
   i due splendori, il figlio di David e il Thisbita.
Né alcun nemico l’oltraggerá nei secoli,
   né abiterá in eterno colá alcuno straniero.

Per il mio fanciullo ho invocato Iddio
   in metro e in rima:
cosí lo salvi, lo guidi e lo conduca via
   il nostro protettore su nube leggera.
Il mio calice è davanti al nostro sostegno; la mia insegna e la mia fede è nella sua grazia:
   egli mio liberatore e Dio. Io faccio della sua manifestazione il mio calice.
135Cosi il mio rampollo, il figlio del mio vigore sia ricondotto
   libero, affinché giunga a vedere la grazia mia, il figlio mio.
Oh, parte di me stesso, diletto del mio seno, ornamento del mio desiderio,
   cambia in gioia il mio desiderio, in giorno la mia notte.
Sopra una nuvola vola e corri a incontrare tuo padre,
   che ti attende, e a diventare un figlio valente.