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Capitolo VI

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Libro IV - Capitolo V Libro IV - Capitolo VII

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CAPITOLO SESTO

I ribelli, vogliono ad imitazione di Diego Mendez, andare alla Spagnola. — Tre volte tentano valicare il passo, e tre volte il mare li respinge: — danno il guasto alle abitazioni degli indigeni e li suscitano contra l’Ammiraglio. — Gli Indiani disegnano far morire di fame gli stranieri stivati sulle due navi arenate. — Cessano di portar viveri. — Timori dell’Ammiraglio. — La carestia è imminente. — Egli si rivolge a Dio che gli dà l’idea di profittare del prossimo eclissi di luna. — Rettificazione di questo aneddoto. — La cospirazione dei malati. — Un emissario di Ovando viene in segreto a spiare lo stato di Colombo e de’ suoi equipaggi. — Egli reca ad unico soccorso la metà di un porco salato ed un barile di vino.

§ I.

Francesco Porras, accompagnato dalla sua masnada, tenne la via seguita da Diego Mendez. Cammin facendo rubavano e maltrattavano gl’Indiani, dicendo loro di andare a farsi pagare dall’Ammiraglio, e di ucciderlo, se ricusava soddisfarli; assicurandoli che non avevano altro modo di liberarsi di lui, perchè il suo disegno era quello di struggerli tutti, come aveva già fatto altrove. Giunti al capo Aomaquique, i ribelli misero nei canotti vireri, acqua, mercanzie: presero rematori indiani, e partirono per l’Hispaniola.

Tuttavia, fatte appena quattro leghe, le onde cominciarono a gonfiare, il vento si fece loro contrario, e venne lor meno l’audacia: vollero tornare a terra; ma l’acqua entrava nei canotti e minacciava sommergerli: per alleviarli gettarono primieramente in mare la loro parte di merci, poscia i loro abiti, non conservando che le armi e le provvigioni: e siccome il tempo si faceva sempre più cattivo, risolvettero di alleggerirsi di una parte dei rematori, e uccisero a colpi di daga alcuni di quegl’infelici1. Vedendo la qual cosa, v’ebbero Indiani che si gettarono da sè medesimi in mare, fidandosi all’abitudine che avevano di nuotare. Ma, dopo essersi sostenuti alcun tempo sui flutti, la stanchezza [p. 239 modifica]li riconduceva vicino ai canotti: non chiedevano altro che di appoggiarvi una mano per riposarsi; «ma lungi dalfar loro questa carità, gli Spagnuoli tagliavano loro le mani colle spade2, e li facevano annegare. finalmente i ribelli giunsero a riva.

Quivri deliberarono qual partito fosse da prendere: gli uni volevano andare a Cuba, e di là alla Spagnuola; gli altri volevano tornare alle caravelle, e prendervi quante più armi e mercanzie potevano; altri ancora, i quali non avevano seguito i ribelli che all’ultimo, proponevano di rientrare sotto l’obbedienza dell’Ammiraglio; il maggior numero risolvette di tentar nuovamente il passaggio per Hispaniola, scegliendo un tempo migliore.

Aspettarono più di un mese e mezzo il mar favorevole.

In questo correre di giorni, rovinavano e saccheggiavano tutte le terre intorno: finalmente, giudicando il tempo propizio, ascesero i canotti: ma scostatisi appena dalla costa, le onde si sollevarono da capo, ed essi durarono la più gran fatica a tornare là dond’erano partiti.

Dopo qualche tempo, pigliando per un invito le apparenze del mare, risalirono i canotti, risoluti di valicare quel passo così difficile; di nuovo la collera delle onde conturbò quelle coscienze colpevoli: nonostante i loro sforzi non poterono oltrepassare la distanza che avevano percorso la prima volta, e si reputarono fortunati di poter tornare a terra3. Rinunziando allora ad un disegno che parve ad essi chimerico, e tenendo per certo che Diego Mendez e Fieschi erano periti nel loro tentativo4, abbandonarono i canotti e si dieder a correr l’isola da veri scherani, andando da una abitazione all’altra, esercitando ogni maniera di violenze a danno degli indigeni [p. 240 modifica]

§ II.


La prudenza dell’Ammiraglio manteneva buone relazioni cogl’Indiani che recavano vettovaglie in copia: nondimeno, a poco a poco si mostrarono questi più pretendenti negli scambi. Sia che cedessero alle suggestioni de’ ribelli, sia che le rapine di costoro, commesse negli altri quartieri dell’isola, avessero mutate le loro disposizioni, cessarono tutto ad un tratto di alimentare le caravelle. Questa interruzione di relazioni cogli indigeni destò grande inquietudine. Non si poteva entrare innanzi nelle terre a pigliarvi colla forza le provvigioni, lasciando esposti sulle caravelle l’Ammiraglio e i convalescenti. Inoltre, l’esaurimento di tutt’i viveri era imminente: la fame si aggiungeva a tutte le sciagure di quella navigazione, senza che spediente alcuno potesse sta volta salvare i naufragati.

E primieramente, notiamo bene la cosa, le parole che gli scrittori hanno prestato a Colombo non sono quelle che disse, ne potevano esser tali.

I contemporanei, Fernando Colombo, Diego Mendez, Oviedo, Las Casas, non le hanno raccolte. Fernando unico testimonio di veduta, che contava allora soli quindici anni, non aveva preso nota del fatto, ed ha scritto queste particolorità ventinove anni dopo ch’erano avvenute, sicchè ben ebbe agio di dimenticare le vere parole pronunciate dall’Ammiraglio: Diego Mendez er’allora assente, e dopo trentadue anni prese a ridurre a forma scritta le voci che correvano nel popolo: Oviedo non ebbe cognizione di questo fatto che per via indiretta: è noto che amava informarsi di Colombo da’ suoi nemici; inoltre, non ha profittato de’ loro rapporti che venticinque anni dopo l’avvenimento: Las Casas, finalmente, che scriveva di ottantaquattro anni la sua storia delle Indie, non l’ha terminata che cinquantatrè anni dopo morto l’Ammiraglio. È chiaro che tutti costoro non hanno attinto direttamente alla vera sorgente le parole che mettono in bocca a Colombo; e che fra tutte queste versioni, quella di Fernando, testimonio di veduta, merita d’essere preferita. Ma ci è dimostrato che le traduzioni del testo Spagnuolo di Fernando, che [p. 241 modifica]andò perduto, peccano d’inesattezza. Conchiudiamo dichiarando che il racconto dei quattro scrittori contemporanei ci pare degno di credenza, rispetto a ciò che risguarda il fatto principale: si accordano intorno ad esso, e non sembrano errare che prestando a Colombo azioni e parole contrarie alla sua natura. La qual cosa è provata dalla distanza che separa il fatto dalla narrazione che ne fu trasmessa. Quando gli storici hanno riferito come una gran novità lo spediente astronomico, affine di mostrare lo spirito inventivo di Colombo, gli attribuirono il linguaggio che avrebbero tenuto essi in sua vece, cioè quello che reputavano conveniente alla sua infelice condizione.

Restituiamo finalmente nel loro vero stato le circostanze di quell’avvenimento, e rappresentiamolo nel suo vero aspetto.

Quando per l’intromessione di Diego Mendez Cristoforo Colombo fece coi cacichi dei dintorni di Santa Gloria un trattato per l’approvigionamento delle caravelle a prezzi fissi e correnti, per prima cosa, disse loro, che Dio, suo Signore, l’aveva fatto giungere in quel luogo, e vi dimorerebbe finchè fosse a lui piaciuto ritrarlo di là: si presentò, dunque loro, conformemente al suo vero carattere, come l’ospite della Provvidenza, e comandò che gli equipaggi non abbandonassero le navi, unicamente per preservare dalle loro ribalderie gli ospitalieri abitatori di quelle spiagge. Quando, nonostante le precauzioni della sua vigilanza, gl’indigeni, violando la promessa, dieder opera di affamare i naufraghi, non vedendo Colombo alcun partito umano per isfuggire la morte, invocò il soccorso dell’Altissimo.

In vece di aiutarlo con un miracolo materiale, come avrebbe fatto per un patriarca, un profeta dell’antica Legge, mandando loro manna o quaglie, l’Altissimo lo assistè d’una idea; soccorse il suo servo con una nozione tratta dall’ordine scientifico, dipendente dall’ordinamento astronomico: gl’ispirò5 un mezzo che [p. 242 modifica]non era mai stato impiegato dal principio del mondo, ed a cui l’Ammiraglio non avrebbe da sè medesimo pensato: Dio gli ricordò che fra tre giorni avverrebbe un eclisse di luna; e così la luna, mercè cui Diego Mendez era stato preservato da una morte orribile di sete, doveva salvare altresì dalla fame Cristoforo Colombo. Nelle sue incertezze, ogni volta che mettendosi a pregare supplicava il Signore di soccorrerlo, l’idea dell’eclisse tornava al suo spirito. Colombo riconobbe da ciò che doveva cavare la sua salute da quell’eclisse. Dio indicò a lui semplicemente il soggetto: il suo genio gli fornì il mezzo di fecondarlo.

L’Ammiraglio imaginò di profittare del fenomeno, in guisa da sicurarsi i viveri, e mostrare agli indigeni la superiorità del Dio de’ Cristiani sopra i loro Zemeti (idoli); mandò, pertanto, un interprete d’Haiti ai cacichi per invitarli ad un grande spettacolo che gli stranieri darebbero. Come prevedeva, accorsero in calca. Allora rimproverolli della fede violata, e ricordò ad essi che si trovava lor ospite per volontà di Dio, suo Signore. Soggiunse che quel Dio, il quale aveva permesso a’ suoi inviati di giungere felicemente ad Haiti, aveva per lo contrario sollevato il mare e respinto i tentativi dei ribelli che si erano da lui separati6. Proseguì dicendo che Dio, suo Signore, sapeva il loro disegno di far perire di fame gli stranieri, non ostante gli accordi conchiusi per l’approvigionamento delle caravelle; che sicuramente colui che guiderdona i buoni e punisce i colpevoli, era irritato della loro mala fede e inumanità. E per provare ad essi la superiorità de’ servi del suo Dio sopra i loro Zemeti, annunziava ad essi ciò che i lor bohuti (sacerdoti) ignoravano, ciò che i loro Zemeti non sapevano; che al levarsi della luna, vedrebberla arrossare7, a malgrado della serenità del cielo, indi oscurarsi e rifiutar loro la sua luce. [p. 243 modifica]

A tale notizia pochi impaurirono, i più n’alzarono le spalle e risero8.

Quando giunse la notte, il color sanguigno della luna riscosse gl’increduli, e appena la miraron oscurarsi, che misero urli di terrore e corsero alle caravelle carichi di provvigioni, supplicando l’Ammiraglio di ammansare il suo Dio irritato, promettendo portare da quel giorno in poi i viveri regolarmente. Supplicato da loro, l’Ammiraglio disse che andrebbe a parlare al Suo Dio; e di fatto si ritrasse nella sua camera. Chi comprende il carattere di Colombo, avrà qual cosa certissima, che pregò Dio in lor favore, dimandandogli che aprisse il loro cuore ai lumi evangelici, ispirasse loro sentimenti dolci ed umani, e li guardasse dai mali che avevano afflitto gl’indigeni della Spagnuola.

In quel momento l’eclisse giungeva alla sua maggior intensione, e con esso il terrore degli Indiani ragunati sulla riva, come lo provavano i loro urli: supplicavano gli Spagnuoli di aver pietà di loro.

L’eclisse finiva quando l’Ammiraglio, terminata la preghiera, uscì dalla camera e disse ai cacichi che aveva parlato di loro al suo Signore; che a Dio era nota la loro promessa di trattar bene i cristiani, di provvederli di viveri, e che, poichè essi erano in tali sentimenti, il suo Signore sicuramente ne sapeva lor grado. Annunziò che quel fenomeno, oggetto di spavento alla maggior parte dei popoli idolatri, non era un presagio minaccioso pei servi del Cristo, e che in breve la luna ricomparirebbe pura e bianca come di solito. Il messaggero della croce colse una tale circostanza per mostrare agli indigeni il segno della salvezza, e per ispirar loro il timor salutare del Signore, ch’è il principio della sapienza. Diffatti, i cacichi ringraziarono l’Ammiraglio, e se ne andarono lodando il Dio dei cristiani9, di cui non parlavano altro più che con gran [p. 244 modifica]rispetto. Da quel punto mandarono esattamente le provvigioni, che venivano puntualmente pagate co’ soliti oggetti di scambio.


§ III.


Erano passati dieci mesi da che gli equipaggi delle due caravelle naufraghe in quella magnifica baia aspettavano la loro liberazione. I piloti erano allora scaduti da ogni speranza: pigliavano mestamente il loro partito, considerandosi come perduti, e mettevano la loro consolazione nel pensiero di vendere caramente la vita, quando fossero esauriti i giuocatoli, e le merci con cui pagavano i viveri. Nonostante la modestia di Colombo, i favori ricevuti dal cielo in tante occasioni gli davano una fiducia estesissima nella sua bontà. Sapendo che così quaggiù, come nel rimanente dell’universo, niente avviene senza permissione di Dio, egli cercava d’indovinare quale potess’essere il perchè della interruzione della sua impresa, e donde procedeva quella lunga sua stazione, affatto inutile alla gloria di Dio, ed alla salute delle anime.

Egli si rendeva conto delle contrarietà infernali provate durante la navigazione, e credeva di conoscere la tenebrosa origine di quella persecuzione senza esempio: nondimeno, dopo di averlo sottomesso a tai dure prove, il Signore era venuto in suo aiuto, ed a malgrado dell’accanimento della lotta, avevagli permesso di piantare la croce in diverse parti del Nuovo Continente: lo aveva miracolosamente condotto comechè mezzo naufrago, attraverso settecento miglia di mare, combattendo il furore dei flutti, per indi deporlo in luogo sicuro, da lui già conosciuto: ma oggidì, perchè mai Dio pareva abbandonarlo?

Cristoforo Colombo si accusava continuamente di questa sua strana posizione. Noi possiamo affermarlo, quantunque nessuno degli storici contemporanei abbia detto checchessia intorno a siffatto proposito. Fernando Colombo era troppo giovane per conoscere le perplessità di suo padre: l’annotatore Diego di Porras, era disertato, e l’Ammiraglio non dice nulla di tuttociò nella relazione del suo viaggio. Ma in mezzo alle sue solitarie meditazioni, non trovando Cristoforo Colombo con chi [p. 245 modifica]effondersi, si scielse egli tal confidente che, in capo a tre secoli ci ha rivelato il suo pensiero, e insegnato qual fu la sua preoccupazione nell’ansia dolorosa di quell’esilio. Questo confidente è la brutta-copia del libro delle Profezie, che l’Ammiraglio aveva recato nella sua navigazione, e ch’era solito tener seco insieme a pochi libri, compagni ordinari de’ suoi viaggi, tra gli altri l’Imago Mundi10 del dotto cardinale Pietro d’Ailly, divenutagli intima e familiare.

Si vede dalla rivelazione postuma del libro delle Profezie, che l’anima di Colombo rimaneva immutabilmente giovane e poetica sotto il peso degli anni, e l’oppressione de’ patimenti. Il rivelatore del globo parlava a sè medesimo in versi, e si proponeva questo quesito: qual può essere la cagione del mio esilio?11 e la sua fede cercava la soluzione di tal problema divino!

Erano corsi otto mesi dopo la partenza di Diego Mendez, e non si aveva peranco alcuna notizia della Hispaniola: eccettuato l’Ammiraglio, certo del di lui felice arrivo, nessuno conservava [p. 246 modifica]la menoma speranza che si fosse salvato: ammettendo, cosa miracolosa, che Mendez fosse sbarcato alla Spagnuola, v’erano ancora da valicare per mezzo ad aspre montagne, più di cento leghe dal Capo San Michele a San Domingo. Una voce vaga diffusa ad arte dalla masnada di Porras fra gli indigeni, toglieva ogni speranza di soccorso: asserivasi ch’era stata vista perire una nave trascinata dalle correnti verso il sud. Gli animi già paurosi e cupi diventavano ogni giorno più fieri ed ostili. Giovandosi di queste loro disposizioni, il medico Bernal, l’antico farmacista di Valenza, ch’esecrava l’Ammiraglio coll’odio che il delitto professa alla virtù, si affilio12 uno scudiero della Capitana, chiamato Alonzo de Zamora, ed un aspirante del San Giacomo di Palos, Pietro di Villatoro, i quali erano stati malati: tirò a sè altresì Gonzalo Camacho di Siviglia, cui il parentado coll’onorevole Pietro de Terreros, maggiordomo dell’Ammiraglio, avrebbe dovuto preservare da tale traviamento.

Porche non fosse mancata a Colombo alcuna amarezza, quei medesimi che risanarono mercè le sue cure, e la sua morale medicina, tramarono in segreto una macchinazione, di gran lunga più terribile della prima. Cedendo alle insinuazioni di Bernal, cotesti dianzi ammalati risolvettero d’impadronirsi dei canotti di servizio, di rapire tutto quello che si trovava a bordo, e di trucidare l’Ammiraglio che gli aveva posti in quella infelice condizione. Il segreto non traspirò. Colombo non avea sospetto; ma la Provvidenza vegliava a difesa di lui. «Dio rimedio a questo pericolo13;» il complotto de’ malati doveva scoppiare la notte. Poche ore prima, verso sera14, furono vedute al nord-est sui flutti [p. 247 modifica]apparire le vele di una piccola caravella, la qual vista inaspettata fece mandare a vuôto il complotto. La nave si accostò, e lasciò cader l’áncora a poca distanza dal campo di Colombo.


§ IV.


Per ispiegare come giungeva sì tardo il soccorso di Ovando, bisogna risalire all’arrivo dei due messaggeri dell’Ammiraglio ad Hispaniola.

L’assistenza invisibile che aveva favorita la navigazione di Diego Mendez, lo condusse sano e salvo per mezzo a monti pieni di ostacoli e di nemici, fino al governatore generale, il quale visitava allora militarmente la parte centrale degli stati di Xaragua. Con tutto il calore dell’anima sua, il degno capitano espose l’imminenza de’ pericoli corsi dall’Ammiraglio e dagli equipaggi, e non risparmiò parole per indurlo a liberarli incontanente. Ma quantunque Ovando accogliesse cortesemente il capitano del padiglione dell’Ammiraglio, non parve sentire molto addentro ciò ch’ei gli disse: sospettava un qualche malizioso e segreto pensiero in quel naufragio, e pensava che quell’accidente fosse stato preparato dall’Ammiraglio per avere un plausibile pretesto di venire all’Hispaniola15: quindi non prese alcuna immediata risoluzione, e tratteneva Diego Mendez, facendo le mostre di non voler esporlo ai pericoli di un viaggio di settanta leghe a traverso d’un paese sospetto di ribellione; ma, in realtà, affine di togliergli ogni mezzo di comunicare coi pochi partigiani dell’Ammiraglio. Quando il fedele Diego Mendez, tornato caldamente alle sue istanze, ricordava lo stato deplorabile del suo Capo, e offriva di prendere a nolo, co’ propri soldi, una caravella con cui portargli viveri, e ricondurlo in Castiglia, Ovando rispondeva che sicuramente nessuno desiderava più di lui trarlo dal luogo in cui languiva; ma per fare questo bisognavano navi, e, per mala ventura, non ve ne aveva neppur una nei porti dell’isola. E diffatti, da un anno e più [p. 248 modifica]non n’era giunta alcuna16. intanto, il governator generale continuava la sua visita nel paese di Xaragua.

Lo stato di Xaragua, il più vasto dei cinque regni di Haiti, apparteneva, come abbiam detto, a Behechio. Da poco tempo la sua morte aveva fatto passare la corona sul capo di sua sorella, la celebre Anacoana. La giovane vedova di Behechio, l’ineomparabile Guanahattabenechena, ch’era la più bella donna di quelle isole, secondo l’uso del paese, era stata sepolta viva col defunto unitamente alle sue gemme17 e due altre mogli di lui18. Anacoana rimaneva dunque sola e senza rivali, così per bellezza, come per ingegno ed il potere. Il suo elegante primato era riconosciuto dai grandi e dai piccioli sovrani dell’isola: adoravano la sua persona, e veneravano. i suoi comandi: essa era la personificazione della poesia di quegli isolani, il tipo della bellezza e la prima sublimità accessibile alla loro intelligenza.

Certi complici di Roldano, che si erano sottratti all’ordine di tornare in Castiglia, e avevano ottenuto terre negli stati di Behechio, ove commettevano orribili eccessi, pensando conciliarsi il favore del governatore, e prevenire le lamentanze che potevano essere a lui fatte contro le loro iniquità, avevano imaginato di scrivere diverse volte, che gl’Indiani di quella contrada apparecchiavano una sollevazione.

Seguendo l’esempio, dell’Ammiraglio, Ovando risolvette di andare egli stesso ad esaminare i luoghi e gli uomini, e di comprimere gl’Indiani. Ad ogni buon conto si fece accompagnare da trecento fanti e settanta cavalli, annunziando che andava ad esigere [p. 249 modifica]il tributo, ed a visitare una sovrana che si era sempre dimostrata benevola pei Castigliani. Incontanente Anacoana mandò l’ordine a tutti i cacichi di riunirsi nel suo palazzo in gran pompa, per rendere omaggio al governatore; trasse ad incontrarlo con eletto corteo, al qual erano familiari quelle danze di sua composizione, cui ballerini in leggiadro assetto alternavano e intessevano con fanciulle che imbalsamavano l’aria coi loro fiori e le loro ghirlande19. Ella fece eseguire da trenta coriste una danza nuova, la danza verginale, ove non figuravano maritati20. Il governatore, e chi lo seguiva furono albergati in case a ciò preparate, e vennero lor dati banchetti di una insolita profusione. Trascorsero diversi giorni in allegrie. «Non poteva alcuno stancarsi di ammirare il buon gusto che regnava in quella corte selvaggia21.» Gli antichi complici di Roldano si conturbarono vedendo il severo Commendatore cadere anch’esso preso dalle allettative di Anacoana e addoppiarono i loro sforzi per farlo persuaso che sotto quella nobile ed amichevole accoglienza si occultava il colmo della perfidia.

Lo spirito inquieto e sospettoso di Ovando prestò facilmente fede a tale accusa, e s’indusse a fatti orrendi. Gli Indiani avevano trastullato coi loro giuochi i Castigliani; il Commendatore annunziò che mostrerebbe loro i giuchi equestri della Spagna. Indicò una tal festa per la domenica seguente ed invitò ad intervenirvi la regina di Xaragua, insinuandole che sarebbe cosa degna della sua grandezza condurvisi con tutta la sua nobiltà. La sala ove conveniva la corte indiana prospettava la piazza in cui si doveva eseguire il carrosello. Anacoana, il fior d’oro, sempre bella, come allorquando il cavalleresco Adelantado rendeva [p. 250 modifica]omaggio alla sovranità delle sue grazie, ma leggermente affetta da malinconia per le afflizioni cagionate a sua figlia Higuenemotta da Fernando di Guevarra, si assise, avendosela a fianco, al di sopra dei cacichi, impazienti di vedere lo spettacolo sconosciuto.

Gli Spagnuoli si fecero un poco aspettare.

Drappelli di fanti occuparono successivamente tutti gli accessi nella piazza: e intanto che ciò avveniva, Ovando giocava freddamente alle piastrelle. Era stato convenuto che quando egli metterebbe la mano sulla sua croce d’Alcantara22, cavalieri e fanti farebbero man bassa sulla moltitudine. Quando tutte le entrate furono chiuse, salito Ovando a cavallo, apparve in capo al suo squadrone: dopo alcune manovre sguainò la spada, e tutti i cavalieri parimenti, la qual cosa pose in qualche agitazione il cuore di Anacoana. Immantinente dopo, il Commendatore fece il segnale convenuto. Allora, la schiera de’ cavalli irruppe sopra i curiosi smemorati, mentre drappelli di fanti gli assalivano alle spalle, e fu strage spaventevole. Donne, fanciulli, vecchi, tutti erano ad un modo feriti, rovinati, calpesti dai cavalli. La sala in cui si trovava la regina, circondata dai cavalieri, si tramuto in prigione pei cacichi. La sola Anacoana ne fu tirata fuori23; ma pesta e strettamente legata. Ottantaquattro signori24 furono legati ai pilastri e sottoposti alla tortura, affinchè confessassero qualche cosa del preteso complotto. I dolori strapparono menzognere confessioni di cui fu preso atto; dopodichè venne appiccato fuoco alla sala e quegli sciagurati morirono arsi. La capitale di Xaragua così incendiata scomparve in brevi ore: e i suoi ruderi diventaron sepolcro degli infelici Indiani.

A ricambio della sua ospitalità, e della sua confidenza l’infelice Anacoana vide catene di ferro surrogare le sue ghirlande di [p. 251 modifica]fiori. Colle testimonianze estorte ai patimenti della tortura, fu condotta siccome una vile colpevole a San Domingo, quivi, giudicata secondo le formole di una derisoria procedura e condannata alla forca! Ovando la fece pubblicamente appiccare. Così periva la nobile e ospitaliera Anacoana, poetica e gloriosa regina d’Haiti.

Finchè non ebbe commesso questa spaventevole atrocità, Ovando non cedette alle istanze di Diego Mendez: ma poscia che gli Indiani si furono salvati fuggendo in tutte le direzioni, permise al capitano di padiglione di andare a San Domingo. Oltre ai pericoli di morte a cui lo esponeva in quel momento, non temeva punto che il fedele scudiero potesse soccorrere il suo signore, perocchè non era giunta alcuna nave: nondimeno Diego Mendez non istette in forse; partì pedestre e percorse quelle settanta leghe25 sotto la guardia di quello che lo aveva già protetto.


§ V.


Tuttavia sapevasi a San Domingo in quale abbandono languiva l’infermo Ammiraglio. Il nobile Fieschi, e i dodici spagnuoli venuti in canotto avevano sparsa in diversi luoghi la notizia del naufragio alla Giammaica. Ma quando Diego Mendez ebbe rimesso al bravo Sanchez di Carvajal, fattore dell’Ammiraglio, la lettera che non aveva osato trasmettergli; quando Martino Gonzalez, fornaio della marina, Diego de Salcedo, antico scudiero, e Diego di Salamanca, antico intendente del Vice-re, seppero che da sette mesi il governatore, consapevole del naufragio dell’Ammiraglio, non aveva dato alcun ordine per soccorrerlo, non si poterono tenere dall’esprimere la loro indegnazione per così colpevole abbandono. Nonostante le cieche preoccupazioni cumulate contra l’Ammiraglio dagli sforzi invidiosi dei ribelli, il suo genio, le sue virtù, la sua affabilità avevangli conquiso il cuore di tutti gli addetti alla sua casa. Inoltre, il suo naufragio [p. 252 modifica]sopra una costa non sottomessa, dopo una navigazione così gloriosa per le sue scoperte e così disastrosa per la sua persona, attraeva alla sua sciagura le vive simpatie degli uomini di mare. Vari notevoli personaggi, ed anco magistrati, professavano un’alta ammirazione per l’Ammiraglio: il gran giudice dell’isola dottore Maldonado, Michele Diaz, antico alcalde della fortezza, Giovanni Velasquez, Garcia di Barantes, il bravo Malaver erano affezionati a Colombo: Cristoforo Garcia di Palos, e il giovane Bartolomeo Las Casas, immortalato poscia dal suo amore pegl’Indiani, ambedue andavano debitori all’Ammiraglio di favori ricevuti: Gerolamo Grimaldi, Brione ed altri, venuti per colonizzare il paese, onoravano colui che lo aveva scoperto, e dato alla Spagna.

Fra gli abitanti più influenti di San Domingo andava segnalato un già tenente di vascello, antico ufficiale di Colombo, il piloto Bartolomeo Roldano, ch’ebbe l’onore di accompagnarlo nel primo viaggio. Avendo lavorato felicemente nelle miniere, e acquistatevi grandi ricchezze, da lui poscia accresciute con sagaci industrie, aveva fatto edificare nelle quattro principali contrade di San Domingo un ordine intero di case26 per affittarle o venderle. La sola idea che da ben sette mesi il suo Ammiraglio, naufrago su d’una costa selvaggia, era lasciato privo di soccorso, rivoltava il suo cuore. L’influenza delle sue relazioni cogli operai di fabbriche, e co’ tanti suoi locatori gli davano gran credito. In breve l’opinione si commosse al più alto punto. Non potendo i Religiosi di San Francesco andare in persona a soccorrere il rivelatore del globo, pregavano Dio di sostenere la sua pazienza in quella lunga prova: ogni giorno invitavano pubblicamente i fedeli ad unire le loro preghiere a quelle ch’essi facevano27. Lo zelo di quegli eccellenti Religiosi non temeva [p. 253 modifica]punto di riprendere dal pergamo una così ributtante ingratitudine: gridavano con solennità e coraggio contro un tale abbandono.

Non era cosa che giustificasse la noncuranza di Ovando. Se non aveva una caravella abbastanza grande per ricondurre tutta la gente di Colombo, poteva, almeno, spedire ai naufraghi provvigioni e speranze col mezzo di uno dei brigantini che facevano il servizio lungo le coste di Hispaniola: se non avesse trattenuto Diego Mendez, questi avrebbe avuto agio di far costruire una feluca, e di spedirla a Santa Gloria per soccorrere l’Ammiraglio.

Tuttavia, l’opinion pubblica si era fatta conoscere così fortemente, che, per darle soddisfazione, l’Ovando divolgò che manderebbe a Colombo un brigantino. Ma a chi fidò il comando di quella piccola nave? Ad un ufficiale di terra. E qual ufficiale trascelse? Il nemico più ardente che l’Ammiraglio avesse ad Hispaniola. Le provvigioni ed i ristori furono in giusta rispondenza coi sentimenti che il governatore nutriva per Colombo: la metà di un porco salato, ed un barile di vino erano propriamente un gran sollievo pei centotrenta uomini che si trovavano coll’Ammiraglio28! Venne fatto divieto a quell’ufficiale di comunicare colle caravelle; di portare o di ricevere lettera o pacchetto; di far la menoma parola coi naufraghi29: doveva solamente consegnare all’Ammiraglio il dispaccio e il dono del governatore, e tornare indietro subitamente. L’odio dell’inviato assecurava Ovando dell’esatta esecuzione de’ suoi ordini. [p. 254 modifica]

§ VI.


Non era per anco sonata la ritirata, quando comparve il brigantino nella baia di Santa Gloria, e i Castigliani videro con gioia mista a dubbio quella piccola nave, che, a loro giudizio, avrebbe dovuto gettar l’áncora più davvicino.

La scialuppa del hrigantìno si avvicinò subito alla Capitana. I rematori dimandarono una fune, e fu loro gettata: legarono con essa un barile di vino e la metà di un porco salato, che furono tirati a bordo: indi l’ufficiale pose in capo ad un graffio il dispaccio per l’Ammiraglio e lo presentò in questa forma: preso che fu, incontanente fece spingere la scialuppa a qualche distanza dalle caravelle; e allora alzò la voce. In riconoscerlo tutti i piloti rimasero stupefatti. Era costui Diego di Escobar, quel comandante del forte della Maddalena, che, quando l’Ammiraglio scoperse il Nuovo Continente, si era ribellato contra il Vice-re delle Indie, collegandosi con Roldano e suoi complici. La sua presenza colà era una violazione degli ordini della Regina, i quali portavano che tutti gli antichi ribelli sarebbero ricondotti a Castiglia. La missione che gli aveva affidata Ovando costituiva una grave offesa all’Ammiraglio.

Nondimeno Colombo uscì dalla sua camera, e andò sul ponte. Escobar gli gridò che il governatore sentiva gran dispiacere di non avere nel porto una nave abbastanza grande da mandarlo a prendere con tutti i suoi; che vegliava a’ suoi interessi; che appena il potrebbe lo caverebbe di là; e gli offerse d’incaricarsi della risposta, se voleva farla immediatamente, perchè il brigantino doveva partire senza indugio. Colombo diegli per Ovando la ricevuta del messaggio, e raccomando alla sua bontà Diego Mendez e Fieschi, assicurandolo di averli spediti al solo fine di informarlo della sua sciagura, e chiederne soccorso. Gli dava notizia della ribellione dei Porras, la qual aumentava i pericoli del suo stato; e terminava pregandolo ad affrettarsi.

ln questo frattempo il canotto stette immobile. Dalle caravelle i piloti fecero alcune dimande agli uomini della scialuppa, ma, [p. 255 modifica]secondo l’ordine avuto, questi osservarono un rigoroso silenzio. Appena fu sigillato il dispaccio dell’Ammiraglio, la scialuppa si raccostò alla Capitana, lo prese, indi remigò velocemente verso il brigantino, il quale fessi tosto a raccogliere la sua áncora e spiegare tutte le vele per pigliare il po’di vento di terra, e allontanarsi.





Note

  1. Fernando Colombo, Vita dell’ammiraglio, cap. cii
  2. Herrera, Storia generale delle conquiste e viaggi dei Castigliani nelle Indie occidentali. Decade 1, lib.VI, cap. vi.
  3. “Si stettero in quella populatione di Aomaquique più di un mese, aspettando il tempo e distruggendo il paese. Poi, venuta la calma, tornarono ad imbarcarsidice altre volte; ma non fecero nulla per avere i venti contrari. Per la qual cosa essendo disperati, ecc.” — Fernando Colombo, Vita dell’Ammiraglio, cap. cii.
  4. Il P. Charlevoix, Storia di San Domingo, lib.IV, p. 251.
  5. “Perciochè Dio mai non abbandona colui, che gli si raccomanda, come facea l’Ammiraglio, lo avvertì del modo che dovea tenere per provedersi del tutto.” — Fernando Colombo, Vita dell’Ammiraglio, cap. ciii.
  6. Il P. Charlevoix, Storia di San Domingo, lib. lV, p. 251.
  7. Troppo bene sapeva Colombo la mobilità di spirito dei selvaggi, per annunciare loro l’eclisse tre giorni prima, come ne scrissero gl’istorici per la maggior parte. Egli fece realmente la sua predizione nel giorno stesso. e poco prima che il fenomeno si avverasse.
  8. Fernando Colombo, Vita dell’Ammiraglio, cap. ciii.
  9. “Essi rendevano molto grazie all’Ammiraglio, e lodavano il Dio de’ cristiani.” — Fernando Colombo, Vita dell’Ammiraglio, cap. ciii.
  10. Non senza interesse si verrà a conoscere, che questo esemplare dell’imago mundi, da cui Colombo mai non levavasi nelle sue esplorazioni, sembra esistere ancora colle annotazioni in margine di sua mano. La Biblioteca Colombina fondata a Siviglia da don Fernando Colombo, secondogenito dell’Ammiraglio, conserva preziosamente questa reliquia del genio. Nelle note e documenti giustificativi del primo volume della sua storia generale del Brasile, il signor di Varnhagen cita. alcune di quelle note autografe. Questo dotto autore espone ponderatamente la sua opinione sulla origine di questo esemplare. — Chegamos a convencer nos de que essas notas marginaes bemque escriptas em lettra muito mais muida para poupar as margen, são do proprio punho de Colombo, e não de sen irmão, como julgou com Las Casas 0 Sr Washington Irving.”— Historia Geral do Brazil. Notas ao tomo primeiro.
  11. Al foglio 77 del libro de las Profecias, leggonsi questi due versi. scritti da Colombo di sua mano

    Qual sea la causa de tanto destierro
    Por mill prolungado y mas de quinientos.

    L’istoriografo reale don Bauttista Muñoz ha segnalo questo autografo e postovi in calce “Es de letra del Almirante” Coleccion diplomática pag. 272.

  12. Cristoforo Colombo. — “Este maestre Bernal se diz que fue el comienzo de la traicion.” — Lettera dell’Ammiraglio a suo figlio D. Diego datata da Siviglia il 29 dicembre 1504.
  13. Herrera, Storia generale dei viaggi e conquiste dei Castigliani nelle Indie occidentali, Decade 1, lib. VI, cap. vii.
  14. “Ma vedendo Nostro Signore il gran pericolo che all’Ammiraglio soprastava, da questa seconda sedizione, gli piacque di rimediarvi con la venuta di un caravellone...”: — Fernando Colombo, Vita dell’Ammiraglio, cap. civ.
  15. Il P. Charlevoix, Storia di San Domingo, lib. IV.
  16. Relacion hecha por Diego Mendez de algunos acontecimientos del ùltimo viage del Almirante don Cristóbal Colon.
  17. Secum sua monilia sibique viventi gratos ornatus sepelivit.” — Petri Martyris Anglerii, Oceaneœ Decadis tertiœ, Liber nonus, fol. lxiii.
  18. “Due delle sue donne entrarono affatto vive con lui, non tanto per l’amore che gli avessero, quanto per forza e contro voglia loro; affatto vive furono poste nella sepoltura, e compirono quelle infernali funebri esequie ad osservanza del costume che pur non era generale in tutta l’isola,” Oviedo e Valdez, Storia naturale e generale delle Indie, lib. V, cap. iii. Traduzione di Gio. Poleur cameriere di Francesco I.
  19. La descrizione dei costumi d’Haiti, e del genio poetico della regina Anacoana è fatto. mirabilmente da don Ferdinando Denis nel suo romanzo storico Ismael ben Kaizar; A malgrado della finzione della forma, la realtà dell’osservazione si fa sentire in questo serio studio locale; e sarà riconosciuto assai più importante e completo che nol. sia la Storia dei Cacichi d’Haiti, di Emilio Nau.
  20. Oviedo e Valdez, Storia naturale e generale delle Indie, lib. V, cap. i.
  21. Il P. Charlevoix, Storia di San Domingo, lib. IV.
  22. Herrera, Storia generale dei viaggi e conquiste dei Castigliani nelle Indie occidentali. Decade 1, lib. VI, cap. iv.
  23. Herrera, Storia generale delle Indie. Decade 1, lib. VI, cap. iv.
  24. Relacion hecha por Diego Mendez de algunos acontecimientos del ùltimo viage del almirante don Cristóbal Colon.
  25. Relacion hecha por Diego Mendez de algunos acontecimientos del último viage del almirante don Cristóbal Colon.
  26. Herrera, Storia generale dei viaggi e conquiste dei Castigliani nelle Indie occidentali. Decade 1, lib. V, cap. iv.
  27. Questo fatto affermato Las Casas che fu testimonio oculare ed auriculare dei loro sforzi. Questi religiosi erano partiti di Spagna con Ovando il 13 febbraio 1502. Ma eglino non potevano scordare che a Cristoforo Colombo, nè ad altri prima di lui era la Chiesa debitrice del Nuovo Mondo. — Historia de las Indias, lib. II, cap. xxxv.
  28. Ovando ignorava allora la rivolta dei Porras, seguìta da diserzione con armi, bagaglio e bottino. Egli sapeva da Diego Mendez che rimanevano centotrenta uomini sulle caravelle arenate. Ben è vero che nella sua relazione Diego Mendez parla di duecento trenta, ma evidentemente fa errore di un centinaio; voleva dire certo centotrenta, perchè tenendo conto della perdita toccata al Fiume del Disastro, al fiume di Belen, e di quattordici Spagnuoli che su canotto passarono alla Spagnuola, trovasi che rimanevano solo centotrenta uomini a Santa-Gloria.
  29. Herrera, Storia generale dei viaggi, e conquiste dei Castigliani nella Indie occidentali. Decade 1, lib. VI, cap. vii.