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Canti di Castelvecchio/Canti di Castelvecchio/La canzone dell'ulivo

La canzone dell'ulivo

../Il fringuello cieco ../Passeri a sera IncludiIntestazione 31 dicembre 2010 100% Da definire

Canti di Castelvecchio - Il fringuello cieco Canti di Castelvecchio - Passeri a sera
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LA CANZONE DELL’ULIVO



I


A’ piedi del vecchio maniero
che ingombrano l’edera e il rovo;
dove abita un bruno sparviero,
      non altro, di vivo;

che strilla e si leva, ed a spire
poi torna, turbato nel covo,
chi sa? dall’andare e venire
      d’un vecchio balivo:

a’ piedi dell’odio che, alfine,
solo è con le proprie rovine,
      piantiamo l’ulivo!

II


l’ulivo che a gli uomini appresti
la bacca ch’è cibo e ch’è luce,
gremita, che alcuna ne resti
      pel tordo sassello;

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l’ulivo che ombreggi d’un glauco
pallore la rupe già truce,
dov’erri la pecora, e rauco
      la chiami l’agnello;

l’ulivo che dia le vermene
pel figlio dell’uomo, che viene
      sul mite asinello.

III


Portate il piccone: rimanga
l’aratro nell’ozio dell’aie.
Respinge il marrello e la vanga
      lo sterile clivo.

Il clivo che ripido sale,
biancheggia di sassi e di ghiaie;
lo assordano l’ebbre cicale
      col grido solivo.

Qui radichi e cresca! Non vuole,
per crescere, ch’aria, che sole,
      che tempo, l’ulivo!

IV


Nei massi le barbe, e nel cielo
le piccole foglie d’argento!
Serbate a più gracile stelo
      più soffici zolle!

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Tra i massi s’avvinchia, e non cede,
se i massi non cedono, al vento.
Lì, soffre, ma cresce, nè chiede
      più ciò che non volle.

L’ulivo che soffre ma bea,
che ciò ch’è più duro, ciò crea
      che scorre più molle.

V


Per sè, c’è chi semina i biondi
solleciti grani cui copra
la neve del verno e cui mondi
      lo zefiro estivo.

Per sé, c’è chi pianta l’alloro
che presto l’ombreggi e che sopra
lui regni, al sussurro canoro
      del labile rivo.

Non male. Noi mèsse pei figli,
noi, ombra pei figli de’ figli,
      piantiamo l’ulivo!

VI


Voi, alberi sùbiti, date
pur ombra a chi pianta ed innesta;
voi, frutto; e le brevi fiammate
      col rombo seguace!

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Tu, placido e pallido ulivo,
non dare a noi nulla; ma resta!
ma cresci, sicuro e tardivo,
      nel tempo che tace!

ma nutri il lumino soletto
che, dopo, ci brilli sul letto
      dell’ultima pace!