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Un bacio di Garibaldi

../A Loreto ../"Suum cuique tribuere" IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Autobiografie

Libro primo (Ricordi) - A Loreto Libro primo (Ricordi) - "Suum cuique tribuere"

Vi racconterò un episodio della vita di Garibaldi che credo sconosciuto.

Sapete che Garibaldi, inseguito dagli austriaci nel 1849, perdette la moglie Anita a Mandriole e riparò, poco dopo, nella vicina terra di Sant’Alberto di dove, trafugato da parecchi arditi patrioti, riuscì a mettersi in salvo. Ora, io sono di Sant’Alberto.

Non ricordo di quei tempi altro che ero vestito da Guardia Civica e che mio padre ne era capitano. Tornati gli austriaci, del trafugamento di Garibaldi egli non seppe nulla. Pregiudicato in politica (potete credere! l’ex capitano della Guardia Civica!), era anche il farmacista del paese e la farmacia era ben sorvegliata! Nessuno gli disse parola.

Ma ho conosciuto poi parecchi di quegli umili eroi che salvarono Garibaldi alla patria. Umili perchè quasi tutti di povera condizione ed eroi perchè sapevano troppo bene che la legge stataria voleva dire la fucilazione entro 24 ore, mentre a denunciare si riceveva un grosso premio. Ebbene, nessuno di quei popolani tradì e tutti preferirono l’imminenza della fucilazione al premio. Nessuno fu Giuda.

Ne ho conosciuti parecchi ed uno specialmente, certo Lorenzo Fagioli detto il Nasone perchè il naso lo aveva veramente poderoso; faceva il pescatore di tinche e piccole anguille e le trappolava con certe nasse e inganni di sua fabbrica. Sempre di buon umore, aveva il difetto di credersi un filodrammatico insigne, mentre era un cane. Si credeva inarrivabile nel Don Desiderio disperato per eccesso di buon cuore, ma faceva pietà. Visse esercitando il suo povero e faticoso mestiere e negli ultimi anni ebbe una piccola pensione che gli risparmiò di passare in battello molte notti fredde e burrascose.

Ma non era questo che vi volevo raccontare.

Nel 1859 Garibaldi tornò a Sant’Alberto. Non era più il povero fuggitivo, trafugato di notte ed inseguito, ma il generale glorioso che aveva vinto tante battaglie! Tornava per riprendere le ossa della sua povera Anita e portarsele a Nizza.

Gli si diede un pranzo e le posate furono in gran parte quelle di casa mia. Che cosa pagherei per conoscere proprio quella che servì al Generale! Come fosse non so, ma il discorso cadde sul medico del paese (non ricordo più il cognome. Mi pare Padovani, ma non importa). Il poveretto moriva per una fierissima risipola alla faccia e si disperava per non poter vedere Garibaldi. Il Generale parlò poco, mangiò meno, come era sua abitudine e, finito il pranzo, si levò dicendo: — Andiamo a vedere il Dottore! —

Non è una cosa piacevole visitare i malati levandosi di tavola, e specialmente quelli che fanno poco buon pro, ma i commensali seguirono Garibaldi in casa del Dottore. Il Generale si avvicinò al letto dove giaceva il povero tribolato e gli fece coraggio con quella sua voce che aveva tante inflessioni di carezza e di dolcezza. Il malato non diceva che "grazie" e piangeva. Si sapeva che doveva morire e la scena faceva impressione a tutti.

Venne il momento della partenza e Garibaldi, dopo un altro "Coraggio, Dottore!" si chinò sul letto e baciò, dico baciò, quel povero viso tumefatto ed orribile di moribondo e se ne andò tranquillo, come se non avesse compiuto uno di quegli atti eroici per cui si canonizzano i santi. Quel bacio poteva costare la vita al Generale perchè la risipola è infettiva, ma Garibaldi, pur di consolare un disgraziato che moriva, non badò allo schifo, non curò il pericolo e compì l’atto santo colla semplicità dell’eroe.

Sì, perchè quello fu veramente bacio d’eroe!


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