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Atto Terzo

Scena ultima

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Atto terzo - Scena X Artaserse

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SCENA ULTIMA

Arbace e detti.

Artabano. Ecco Arbace, o monarca, a’ piedi tuoi.
Artaserse. Vieni, vieni al mio sen. Perdona, amico,
s’io dubitai di te. Troppo è palese
la tua bella innocenza. Ah! fa’ ch’io possa
con franchezza premiarti. Ogni sospetto
nel popolo dilegua, e rendi a noi
qualche ragion del sanguinoso acciaro,
che in tua man si trovò, della tua fuga,
del tuo tacer, di quanto
ti fece reo.
Arbace. S’io meritai, signore,
qualche premio da te, lascia ch’io taccia.
Il mio labbro non mente.
Credi a chi ti salvò: sono innocente.
Artaserse. Giuralo almeno, e l’atto
terribile e solenne
faccia fede del vero. Ecco la tazza
al rito necessaria. Or, seguitando
della Persia il costume,
vindice chiama e testimonio un nume.
Arbace. Son pronto, (prende in inano la tazza)
Mandane. (Ecco il mio ben fuor di periglio.)
Artabano. (Che fo? Se giura, avvelenato è il figlio.)
Arbace. «Lucido dio, per cui l’april fiorisce,
per cui tutto nel mondo e nasce e muore»...
Artabano. (Misero me!)
Arbace. ... «se il labbro mio mentisce,
si cangi entro il mio seno
la bevanda vital»... ("in atto di voler bere)
Artabano. Ferma! è veleno.

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Artaserse. Che sento!
Arbace. Oh dèi!
Artaserse. Perché sinor tacerlo?
Artabano. Perché a te l’apprestai.
Artaserse. Ma qual furore
contro di me?
Artabano. Dissimular non giova:
giá mi tradí l’amor di padre. Io fui
di Serse l’uccisore. Il regio sangue
tutto versar volevo. È mia la colpa,
non è d’Arbace. Il sanguinoso acciaro
per celarlo io gli diedi. Il suo pallore
era orror del mio fallo. Il suo silenzio
pietá di figlio. Ah! se minore in lui
la virtú fosse stata o in me l’amore,
compivo il mio disegno;
e involata t’avrei la vita e ’l regno.
Arbace. (Che dice!)
Artaserse. Anima rea! m’uccidi il padre;
della morte di Dario
colpevole mi rendi: a quanti eccessi
t’indusse mai la scellerata speme!
Empio! morrai.
Artabano. Noi moriremo insieme.
(snuda la spada, e seco Artaserse in atto di difesa)
Arbace. (Stelle!)
Artabano. Amici, non resta
che un disperato ardir. Mora il tiranno!
(le guardie sedotte si pongono in atto di assalire)
Arbace. Padre, che fai?
Artabano. Voglio morir da forte.
Arbace. Deponi il ferro o beverò la morte, (in atto di bere)
Artabano. Folle! che dici?
Arbace. Se Artaserse uccidi,
no, piú viver non devo.
Artabano. Eh! lasciami compir... (in atto di assalire)

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Arbace. Guardami, io bevo, (in atto di bere)
Artabano. Férmati, figlio ingrato!
Confuso, disperato,
vuoi che per troppo amarti un padre cada?
Vincesti, ingrato figlio: ecco la spada.
(getta la spada, e le guardie sollevate si ritirano fuggendo)
Mandane. Oh fede!
Semira. Oh tradimento!
Artaserse. Olá! seguite
i fugaci ribelli, ed Artabano
a morir si conduca.
Arbace. Oh Dio! fermate.
Signor, pietá.
Artaserse. Non la sperar per lui:
troppo enorme è il delitto. Io non confondo
il reo coll’innocente. A te Mandane
sará sposa, se vuoi; sará Semira
a parte del mio trono:
ma per quel traditor non v’è perdono.
Arbace. Toglimi ancor la vita. Io non la voglio,
se per esserti fido,
se per salvarti, il genitore uccido.
Artaserse. Oh virtú che innamora!
Arbace. Ah! non domando
da te clemenza: usa rigor; ma cambia
la sua nella mia morte. Al regio piede, (s’inginocchia)
chi ti salvò, ti chiede
di morir per un padre. In questa guisa
s’appaghi il tuo desio:
è sangue d’Artabano il sangue mio.
Artaserse. Sorgi, non piú. Rasciuga
quel generoso pianto, anima bella.
Chi resister ti può? Viva Artabano.
ma viva almeno in doloroso esiglio;
e doni il tuo sovrano
l’error d’un padre alla virtú d’un figlio.

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               Coro. Giusto re, la Persia adora
          la clemenza assisa in trono,
          quando premia, col perdono,
          d’un eroe la fedeltá.
               La giustizia è bella allora,
          che compagna ha la pietá.