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Artaserse/Atto terzo/Scena V

Atto Terzo

Scena quinta

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Atto terzo - Scena IV Atto terzo - Scena VI
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SCENA V

Gabinetto negli appartamenti di Mandane.

Mandane, poi Semira.

Mandane. O che all’uso de’ mali
istupidisca il senso, o ch’abbian l’alme
qualche parte di luce
che presaghe le renda, io per Arbace
quanto dovrei non so dolermi. Ancora
l’infelice vivrá. Se fosse estinto,
giá pur troppo il saprei. Porta i disastri
sollecita la Fama.
Semira. Alfin potrai
consolarti, Mandane. Il ciel t’arrise.
Mandane. Forse il re sciolse Arbace?
Semira. Anzi l’uccise.
Mandane. Come!
Semira. È noto a ciascun, benché in segreto
ei terminò la sua dolente sorte.
Mandane. (Oh presagi fallaci! oh giorno! oh morte!)
Semira. Eccoti vendicata, ecco adempito
il tuo genio crudel. Ti basta, o vuoi
altre vittime ancor? Parla.
Mandane. Ah, Semira!
Soglion le cure lievi esser loquaci,
ma stupide le grandi.
Semira. Alma non vidi
della tua piú inumana. Al caso atroce
non v’è ciglio che sappia
serbarsi asciutto; e tu non piangi intanto?
Mandane. Picciolo è il duol, quando permette il pianto.
Semira. Va’; se paga non sei, pasci i tuoi sguardi
sulla trafitta spoglia

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del mio caro germano; osserva il seno,
numera le ferite, e lieta in faccia...
Mandane. Taci, parti da me.
Semira. Ch’io parta e taccia?
Fin che vita ti resta,
sempre intorno m’avrai; sempre importuna
rendere i giorni tuoi voglio infelici.
Mandane. E quando io meritai tanti nemici?
               Mi credi spietata?
          Mi chiami crudele?
          Non tanto furore,
          non tante querele,
          ché basta il dolore
          per farmi morir.
               Quell’odio, quell’ira
          d’un’alma sdegnata,
          ingrata Semira,
          non posso soffrir. (parte)