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Artaserse/Atto terzo/Scena III

Atto Terzo

Scena terza

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Atto terzo - Scena II Atto terzo - Scena IV
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SCENA III

Artabano con séguito di congiurati, poi Megabise, tutti da’cancelli, a guardia de’ quali restano i congiurati.


Artabano. Figlio, Arbace, ove sei? Dovrebbe pure
ascoltar le mie voci. Arbace? Oh stelle!
Dove mai si celò? Compagni, intanto
ch’io ritrovo il mio figlio,
custodite l’ingresso, (entra fra le scene a mano destra)
Megabise. E ancor si tarda? (ai congiurati)
Ormai tempo saria... Ma qui non vedo
né Artabano né Arbace.
Che si fa? che si pensa? In tanta impresa
che lentezza è mai questa?
Artabano! Signore! (entrando fra le scene a mano sinistra)
Artabano. Oh me perduto!
(uscendo dall’istesso lato pel quale entrò, ma da strada diversa)
Non trovo il figlio mio. Gelar mi sento.
Temo... Dubito... Ascoso...
Forse in quest’altra parte io non invano...
Megabise!
(incontrandosi in Megabise, che esce dall’istesso lato pel quale entrò, ma da strada diversa)
Megabise. Artabano!
Artabano. Trovasti Arbace?
Megabise. E non è teco?
Artabano. Oh dèi!
Crescono i dubbi miei.
Megabise. Spiégati, parla:
che fu d’Arbace?
Artabano. E chi può dirlo? Ondeggio
fra mille affanni e mille

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orribili sospetti. Il mio timore
quante funeste idee forma e descrive!
Chi sa che fu di lui! Chi sa se vive!
Megabise. Troppo presto all’estremo
precipiti i sospetti. E non potrebbe
Artaserse, Mandane, amico, amante,
aver del prigioniero
procurata la fuga? Ecco la via
che alla reggia conduce.
Artabano. E per qual fine
la sua fuga celarmi? Ah! Megabise,
no, piú non vive Arbace;
e ognun pietoso al genitor lo tace.
Megabise. Cessin gli dèi l’augurio. Ah! ricomponi
i tumulti del cor. Sia la tua mente
men torbida e piú pronta,
ché l’impresa il richiede.
Artabano. E quale impresa
vuoi ch’io pensi a compir, perduto il figlio?
Megabise. Signor, che dici? Avrem sedotti invano,
tu i reali custodi, ed io le schiere?
Risolviti: a momenti
va del regno le leggi
Artaserse a giurar. La sacra tazza
giá per tuo cenno avvelenai. Vogliamo
perder cosí vilmente
tanto sudor, cure sí grandi?
Artabano. Amico,
se Arbace io non ritrovo,
per chi deggio affannarmi? Era il mio figlio
la tenerezza mia. Per dargli un regno
divenni traditor. Per lui mi resi
orribile a me stesso; e, lui perduto,
tutto dispero e tutto
veggio de’ falli miei rapirmi il frutto.
Megabise. Arbace, estinto o vivo,

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dalla tua mano aspetta
il regno o la vendetta.
Artabano. Ah! questa sola
in vita mi trattien. Sí, Megabise:
guidami dove vuoi; di te mi fido.
Megabise. Fidati pur, ché a trionfar ti guido.
               Ardito ti renda,
          t’accenda — di sdegno
          d’un figlio — il periglio,
          d’un regno — l’amor.
               È dolce ad un’alma,
          che aspetta — vendetta,
          il perder la calma
          fra l’ire del cor. (parte)