Antonio e Cleopatra (Alfieri, 1947)/Sentimento dell'autore sulla tragedia Antonio e Cleopatra

Sentimento dell'autore sulla tragedia Antonio e Cleopatra

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Sentimento dell'autore sulla tragedia Antonio e Cleopatra
Atto quinto

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SENTIMENTO DELL’AUTORE

SULLA TRAGEDIA «ANTONIO E CLEOPATRA»

ATTO PRIMO

L’irresolutezza, ed il piagnistèo di Cleopatra nelle tre prime scene di quest’atto non pajono conseguenti alla temeraria azione da essa commessa, col fuggire, ed abbandonare Antonio in Azio; e molto meno poi le si convengono codesti lamenti, se si osserva qual sia il carattere di Cleopatra nel rimanente della tragedia.

Era il pensier mio di tener gli spettatori sospesi, sino al monologo di Cleopatra, che dá fine al primo atto, e che sviluppa chiaramente qual sia l’animo suo; ma non m’è riuscito in questo di conservarci quella gradazion di colori, cosí necessaria per mantener l’illusione.

ATTO SECONDO

Credo che gli spettatori non saranno molto contenti delle ragioni addotte da Antonio a Diomede, nella seconda scena di quest’atto, per ischiarirlo sulla sua fuga dall’armata, e sul suo arrivo in Egitto. Quel romanzetto del vascello inimico, che si rese padrone del suo, e il di cui capitano vendette poscia la libertá ad Antonio, non mi soddisfa neppure; perché mi par cosa poco verisimile; peraltro bisognerá contentarsene, mentre non ho saputo trovare ragione piú apparente di quella per giustificare il suo piú tard’arrivo in Egitto.

Questa scena istessa parrá lunghetta, supponendo, come si deve supporre da ognuno, che Antonio altro non desidera, che di riveder Cleopatra, quella per cui disprezza l’onore, e la fama; ma m’è parso, che Antonio doveva render conto in qual modo [p. 60 modifica] fosse pervenuto in Egitto, e questo non lo poteva rendere, che ad un personaggio di second’ordine; perché, se avesse raccontato il suo caso a Cleopatra, avrebbe sconcia la sua scena con lei; scena che non deve ammettere altro che passione dalla parte d’Antonio; ed infingardaggine da quella di Cleopatra. Del resto poi volli anche mostrarlo eroe prima di mostrarlo amante; altrimenti poi, Antonio avrebbe comparso piuttosto un debolissimo innamorato, che un celebre Romano, se venendo in scena subito avesse trovato Cleopatra, e con lei si fosse abbassato a’ rimproveri indegni di un tant’uomo: cosí nelle due prime scene avendo mostrato l’anima d’un eroe, resta poi piú scusabile nella terza, se si mostra anche meno di un uomo.

Questa terza scena nemmeno mi piace, e benché non sia cattiva, poteva essere assai meglio trattata. Antonio vi si mostra troppo credulo, e Cleopatra parla piuttosto con ferocitá, che con arte, o passione.

ATTO TERZO

Tutta l’atrocitá di Cleopatra compare nella prima scena; e la prima era necessarissima per intendere la seconda.

Non so se avrò riuscito di fare questa seconda scena differente da quella del second’atto, in cui si veggono Antonio, e Cleopatra per la prima volta; la situazione essendo quasi la stessa, difficilissimo si era, che la scena non si rassomigliasse alla precedente.

Un nuovo tradimento dalla parte di Cleopatra, ed un piú gran furore da quella di Antonio, sono, o devono essere il nervo di questa scena. Quello stile che passeggia da una mano all’altra, senza ferirsi nessuno, è cosa delicata assai, per la prossimitá, che il tragico, in queste occasioni, può facilmente aver con il comico; mi par però d’avere sfuggito da questo pericolo, colla risposta che faccio fare da Cleopatra allorché le vien dato il pugnale da Antonio. Cleopatra troppo conosciuta dai spettatori, perché alcuno possa crederla capace di uccidersi, o di lasciarsi uccidere in quelle circostanze, poteva facilmente movere alle risa parlando di morte; questa è l’arte della parola, e mi pare che non ci sia nella tragedia una parlata piú artifiziosa di questa; insomma ha salvato le risa, e forse forse ha tenuto in sospeso gli animi de’ spettatori.

La scena d’Augusto, e d’Antonio è bella, ma troppo lunga. [p. 61 modifica]

Quella d’Augusto con Settimmio serve per far conoscere Augusto, e vedendolo cosí briccone, ognuno deve necessariamente compatire maggiormente Antonio, che ne deve esser la vittima.

ATTO QUARTO

Ecco il vortice, da cui non ebbi abilitá bastante a fuggire. Era il quart’atto pieno di situazioni bellissime, ma difficili, e tutte quante le ho sbagliate.

Augusto con Cleopatra, vale a dire due, che si vogliono reciprocamente ingannare, questa prima situazione esigeva un pennello piú delicato, e colori piú fini. Cleopatra fa la pettegola, ed Augusto fa a l’amore come uno scolaro, che esce di collegio.

Viene poi Antonio; e resta la cosa delicatissima a trattarsi; Augusto, e Cleopatra s’ingannano fra loro; quí si riuniscono per ingannar Antonio, il quale fa una uscita da spaccamonte, infuria per gelosia, indi a poco, scordata affatto la gelosia prega Augusto a favore di Cleopatra, Cleopatra prega Augusto a favore di lei stessa, e d’Antonio; insomma questa farsa bassissima, (che io non saprei qual altro nome prestarle), non mi piace, e non val niente; non è se non bassa, e atroce, mentre doveva essere artifiziosa, e nobile.

Del resto, pare che non v’era neppure questa necessitá di fare assassinare Antonio, poiché lui dal terz’atto, non vuole se non morire; ma siccome, non sempre gli innamorati, su questo, son degni di fede, m’ha parso perciò, che la regina giá ingannata due volte nella sua speranza di vedere Antonio estinto nelle due battaglie, non doveva piú vacillare a compire piú sicuramente il suo delitto.

L’ultima scena in cui Cleopatra ordina a Diomede di assassinare Antonio, è scritta con energia, con rabbia, e furore, forse non verisimile nella persona di Cleopatra, mentre poi Antonio non l’aveva offesa, e non era verso di lei colpevole, se non di troppo amore; ma era necessario, che fosse codesta parlata infocata, affine di risolvere Diomede ad una tale atrocitá, che doveva costar moltissimo ad un personaggio pieno di probitá e di virtú. Per questo la regina gli dice che Antonio l’ha voluta tradire lei stessa, per questo non lo lascia né riflettere, né rispondere.

Questa scena difettosa quanto all’intreccio della tragedia, fa [p. 62 modifica] un effetto inaspettato in teatro, e lascia alla fine del quart’atto in grandissima sospensione, se Diomede obbedirá, o no all’atroce comando della Regina.

ATTO QUINTO

Mi piace il quint’atto; è il migliore di tutti, e non ha in se altri difetti, che quelli che ridondano in lui dagli altri quattro. È ripieno di passioni, e non languisce mai.

La morte d’Antonio è bella, benché dovrebbe parlar piú ad Augusto, e meno alla morte; e mostrarsi piú Romano, che filosofo.

La morte di Cleopatra fa un contrasto bellissimo con quella d’Antonio; è vero che il personaggio d’Augusto nell’ultima scena non è invidiabile; ma di questo non ne posso nulla; se non lo mostravo in scena, la morte d’Antonio perdeva molto, non essendo in faccia al vincitore; se lo facevo parlare, che doveva dire: scusarsi? era piú vile; insultare Antonio; era sfacciataggine. Rimproverar Cleopatra? era accusarsi; compiangere Antonio? era ridicolo. Dunque niente; e se fa cattiva figura, se lo ha meritato.

CARATTERI

Antonio, è nobile, grande, ma alle volte troppo credulo.

Cleopatra, è sostenuta, ma spesse volte troppo atroce, senza necessitá.

Augusto fuorché nella prima scena con Antonio, è sempre piccolo.

Diomede è piú spettatore, che attore; e poi un uomo di corte onesto, e filosofo, questi sono mostri, che non pajono veri nemmeno in teatro.