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§ 5. — Maturazione.


La strega non si sapeva capacitare.

— Che hai concluso? — mi domandava. — Non t’era bastato, di’, esserti introdotto in casa mia come un ladro per insidiarmi la figliuola e rovinarmela? Non t’era bastato?

— Eh no, cara suocera! — le rispondevo. — Perchè, se mi fossi arrestato lì, vi avrei fatto un piacere, reso un servizio...

— Lo senti? — strillava allora alla figlia. — Si vanta, osa vantarsi per giunta de la bella prodezza che è andato a commettere con quella... — e qui una filza di laide parole all’indirizzo di Oliva; poi, arrovesciando le mani su i fianchi, appuntando le gomita davanti: — Ma che hai concluso? Non hai rovinato anche tuo figlio, così? Ma già, a lui, che glien’importa? È suo anche quello, è suo...

Non mancava mai di schizzare in fine questo veleno, sapendo la virtù ch’esso aveva sull’animo di Romilda, gelosa di quel figlio che sarebbe nato a Oliva, tra gli agi e in letizia; mentre il suo, nell’angustia, nell’incertezza del domani, e fra tutta quella guerra. Le facevano crescere questa gelosia anche le notizie che qualche buona donna, fingendo di non saper nulla, veniva a recarle della zia Malagna, ch’era così contenta, così felice della grazia che Dio