I sussidi all'agricoltura (1870)

Gaetano Cantoni

1870 Indice:Gaetano Cantoni - I sussidi all'agricoltura,1870.djvu Agricoltura Testi scientifici I sussidi all'agricoltura Intestazione 5 marzo 2015 100% Da definire


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I SUSSIDI


ALL’AGRICOLTURA


del professore


G. CANTONI





FIRENZE,

STABILIMENTO CIVELLI

Via Panicale, N. 39.

1870

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La circolare (22 gennaio 1870) del ministro Castagnola alle Deputazioni provinciali ed ai Comizi agrari, e la lettera (23 gennaio 1870) dello stesso ministro al comm. Ubaldino Peruzzi, vice-presidente del Consiglio d’agricoltura, segnano, secondo noi, il principio di una nuova fase di progresso per gli interessi dell’agricoltura. In questi importanti documenti abbiamo potuto scorgere una giusta estimazione dello stato presente, un chiaro giudizio intorno ai pregi e difetti di recenti istituzioni, ed insieme una volontà schietta di servirsi del principio di associazione e di libertà, per infondere maggior vita, e rendere più efficace l’azione delle rappresentanze dell’agricoltura.

Il regio decreto 23 dicembre 1866, che rendeva quasi obbligatoria la costituzione dei Comizi agrari almeno circondariali, trovava l’Italia molto diversamente preparata a ricevere una così utile istituzione. Dove la coltura intellettuale era abbastanza diffusa, e dove già esistevano analoghe istituzioni, i Comizi sorsero numerosi, e la più parte attivi. Dove all’incontro per colpa del passato il popolo delle campagne immerso nell’ignoranza, non potè combattere gli ereditati pregiudizi, infine ove maggior sarebbe stato il bisogno, i Comizi appena diedero segno di vita o trascinarono una esistenza languida, contenti del frontispizio e del nome, cui nulla valsero gli eccitamenti ed i sussidi governativi. [p. 4 modifica]

Nonostante la buona volontà di alcune persone, i Comizi in certi paesi non poterono attecchire, come semenza gettata fra le sabbie. Istituzioni siffatte sono bene spesso conseguenza di terreno ben preparato, e raramente avviene che esse possano determinarlo come una utile mercanzia che, sconosciuta, non viene ricercata.

Qual’è la ragione per cui nel Belgio, nell’Inghilterra, e sopratutto nella Germania, sono così numerose e fiorenti le società agrarie, le unioni operaie, i Comizi agrari, le stazioni agrarie, i Congressi agrari, le esposizioni agrarie? Qual’è la ragione per cui le scuole alte, basse, medie, pratiche, teoriche, ramificate in ogni genere sono tante e tanto frequentate? Qual’è la ragione per cui le stazioni agrarie di prova sorsero colà si varie di scopi, si numerose, si attive, intese nel loro vero significato, e si utili nelle ricerche e nei risultati? Qual’è la ragione per cui in quei paesi, massime in Germania, l’insegnamento agrario delle campagne che si dirige ai contadini portò sì buoni frutti?

La ragione sta tutta nell’istituzione diffusa e nel sentimento popolare della bontà, dell’utilità, della necessità, dell’istruzione. Il leggere e lo scrivere è una condizione universale, una condizione dell'esistenza umana, tutti e ciascuno, operai e contadini, sanno scrivere una lettera, trattano il proprio affare, discorrono con cognizione di causa di tutto quanto si riferisce al loro mestiere. In Francia, egli è vero, le cose camminano un poco diversamente; il governo ha fatto poco per l’agricoltura e le classi agricole; ma ora vi provvede, per guadagnare il tempo perduto. L’insegnamento agrario in Francia, lascia ancor molto a desiderare; delle stazioni di prova si comincia appena ora a discorrere e ad idearne l’impianto; ma in parte per il pregiudizio che in agricoltura è difficile a sradicare, in parte per i politici contrasti, la Società agraria francese, sebbene abbia alla testa uomini eminenti, dura fatica a farsi strada.

E l’Italia? L’Italia, quantunque l’agricoltura sia per essa la prima delle industrie, quantunque sia in suprema necessità di mutar indirizzo e di voltarsi con ogni studio a questo [p. 5 modifica]argomento, non è ancora giunta al punto per cui certe istituzioni vi possano allignare convenientemente. Là mancano le risorse materiali, qua le morali, ma sopratutto gli elementi intellettuali speciali agrari. L’insegnamento agrario domanda docenti particolari che il paese ancora non dà. Oltre dieci anni si perdettero ostinandoci a voler formare gli scolari prima dei maestri, e ad istruire i lavoratori prima che i direttori delle aziende. Credemmo che i pratici potessero far da maestro, e fu un’illusione. I comizi, costituitisi in numero più per l’impulso governativo che per iniziativa privata, mancando per la massima parte di soci e di mezzi propri non seppero far di meglio che appoggiarsi, come sempre, al governo per ordinarsi.

Essi per poter credere alla propria esistenza, iniziarono delle esposizioni, il più delle volte troppo ristrette e di nessuna utilità per mancanza di confronti; i campioni esposti, se potevano soddisfare l’occhio, non sempre soddisfacevano il tornaconto; si premiò l’arte di presentare un campione, non l’industria d’una coltivazione; e spesso si premiò non già chi produsse il campione, ma chi lo comperò per esporlo. Di produrre molto, bene ed a basso prezzo, non entrò quasi mai nel compito delle esposizioni, come non vi entrò la premiazione dell’industria agraria coi concorsi di poderi.

Nel pensiero d’incoraggiare s’incoraggiò di soverchio; la presenza dei concorrenti bastava spesso a vincere, il numero dei premiati non di rado passò i due terzi degli espositori, aggiungendosi per tal modo l’illusione d’un falso merito o d’un falso progresso. E qui ancora, mancando di pecunia propria, si ebbe ricorso al governo, il quale si credette d’aver l’obbligo morale di non rifiutare i sussidii richiesti. Furono danari sepolti sotto terra, in seguito si fo’ accorti che quelle microscopiche esposizioni niun utile recavano al paese, e saggiamente si limitò a sussidiare soltanto quelle mostre che comprendessero almeno una vasta zona o regione egraria.

In questo stato di cose, parve un buon pensiero quello di spingere i Consigli scolastici, ed i Comizi ad aprire [p. 6 modifica]conferenze agrarie autunnali pei maestri elementari ed a dare lezioni serali festive pei contadini. La intenzione era assai lodevole, ma era maggiore della possibilità di arrivare non già allo scopo, ma ad un sembiante di verità; ed anche qui il governo, per non riuscire assolutamente a nulla, non potè esimersi dal venire in aiuto di quinto egli medesimo aveva promosso. Circa ai risultati è da notarsi che le conferenze magistrali mancavano per la più parte di chi potesse conferire; l’insegnamento vi era ma non v’erano gli insegnanti, ove poi il maestro potè parlare si credette in obbligo di spiegar tutta l’agronomia e tutta l’agricoltura in due mesi, in un corso di venti lezioni.

Non si può asserire che tutto sia stato vano qua e là, dove eravi qualche disposizione, qualche risultato si ottenne; ma più spesso quelle conferenze, nelle quali l’insegnamento doveva di necessità condensarsi, e comunicato spesso ad impreparati ed ignari affatto dell’elementare preparazione, riuscì soltanto a destare la curiosità sull’argomento; e se la curiosità è un primo passo al sapere, possiamo dire che il primo passo è fatto. Un risultato molto minore si ebbe dalle lezioni serali date nelle domeniche durante l’inverno. Sono ancor rari tra noi i docenti abbastanza abili nella teoria e nella pratica, capaci di dare con profitto una istruzione agraria popolare, e parlare di cose scientifiche ad un uditorio di contadini analfabeti. Lo sperato vantaggio si ridusse a troppo poco. Epperò, le provincie meglio consigliate non cessarono d’insistere presso il ministero d’agricoltura affinchè, d’accordo con quello della pubblica istruzione, rendesse obbligatorio l’insegnamento dell’agronomia nelle scuole normali, unico e più sicuro mezzo per avere al più presto maestri elementari che propaghino fra le campagne le cognizioni agrarie.

E per intanto si limitarono ad insegnamenti pratici di bachicoltura, di viticoltura, di vinificazione, di frutticoltura, di praticoltura, di allevamento del bestiame, ecc., secondo che l’uno o l’altro di essi fosse di più immediata utilità per un dato territorio. [p. 7 modifica]

Perciò abbiam visto di buon grado nella lettera del ministro al comm. Peruzzi che, nelle condizioni attuali, bisogna saper resistere alle numerose domande per insegnamenti agrari, finchè una scuola superiore di agricoltura non giunga a fornire un sufficiente numero di buoni insegnanti.

Il ministro per promuovere la letteratura popolare agraria e la confezione di buoni manuali, assegnava un premio per concorso al miglior catechismo agrario italiano che potesse attagliarsi alla capacità media del nostro contadino. E anche qui la buona intenzione rimase vuota di effetto. Un catechismo agrario che si adattasse ad un paese che comprende oltre di undici paralleli, contornato al nord da una alta e nevosa catena di monti, e prolungantesi fra due mari, cui l’appennino presenta due diversi versanti, non poteva essere che teorico, e quindi inutile o non inteso dal contadino nè giovane nè adulto, e se per essere inteso si fosse ridotto alla parte pratica, il catechismo doveva farsi locale, provinciale, ma non sarebbe mai stato italiano. Pertanto i concorrenti, più numerosi di quanto era lecito sperare, tutti si trovarono imbarazzati a compilarlo, e nessuno potè rispondere con soddisfazione ai postulati del concorso. Si aggiunga la difficoltà della lingua agraria comune, per cui le medesime operazioni agrarie, i medesimi strumenti hanno diversi nomi in Italia, e alcuni nomi identici significano operazioni diverse.

Il ministero si rivolse ai comizi per avere da loro notizie statistiche sulla produzione del frumento e del vino, sulla quantità e qualità del bestiame, nonchè sulle condizioni dell’agricoltura nel triennio 1866-67-68. Era già un attestato di fiducia che il governo loro dava, supponendoli corpi più vivaci e più studiosi del loro argomento.

Volendo pur lasciar da parte la generale ripugnanza a fornir notizie sulla produzione o sul capitale bestiame, le notizie sul frumento trovarono un ostacolo nel macinato, e quelle sul vino, nel timore di una non improbabile prossima imposta di produzione sul vino. Perciò quelle notizie [p. 8 modifica]riuscirono incomplete perchè non fornite da tutti i comizi e da tutti i paesi, ed inesatte perchè i più notificarono in meno, mentre alcuni pochi esagerarono i loro prodotti per vanagloria.

Meno incompleta e fors’anche meno inesatta riuscì la statistica del bestiame; ma pur sempre inattendibile come tutte le altre. Governo e comizi vi spesero tempo e danaro, senza che se ne sia ricavato molta utilità. Ma di tali statistiche, è d’uopo dire, che le prime sono per loro natura imperfette, e che facendone si apprende a farle con cura e precisione.

Miglior sorte ebbero i dodici quesiti sullo stato dell’agricoltura.

Per rispondere ai principali di questi non era necessario il ricorrere ad elementi estranei al Comizio. Persone intelligenti e pratiche del luogo poterono rispondervi adeguatamente e con cognizione degli elementi di fatto; essi sono lavori degni di attenzione per le notizie e pei suggerimenti che contengono quasi il principio di una vera inchiesta agraria che sarebbe di massima importanza per l’Italia.

Finalmente non dobbiamo tacere le distribuzioni fatte dal ministero in libri, in strumenti, in macchine agrarie. Puossi dubitare se i libri siano sempre stati letti, e le macchine sperimentate.

Il ministero ebbe pure a distribuire semi di piante, concimi, uova di bachi da seta, del gelso e del rovere, affinchè si sperimentasse e si riferisse. Ma venne sperimentato e riferito soltanto da pochi Comizi, allorchè per avventura contassero fra i loro membri qualche persona che sapesse sperimentare e riferire. Nella maggior parte dei casi i soci affidarono l’esperienza ai contadini, ed il risultato come doveva, riescì nullo o poco di concludente.

Intanto però, libri, strumenti, macchine, semi di piante, uova di bachi, concimi, ecc. rappresentarono una spesa cui non corrispose un adeguato profitto.

Visto questo poco profitto, si pensò a lasciare inoperosi i sussidi piuttosto che sciuparli; e così sorse il [p. 9 modifica]pensiero, in apparenza strano, ma in sostanza fondato, di togliere all’agricoltura quel denaro che non sapeva far valere.

Se egli è difficile bene adoperare i sussidi non ne viene che essi sieno meno necessarii. I sussidi all’agricoltura sono i più fruttuosi. È d’uopo avvisare al modo di meglio indirizzarli, come ce lo dicono e la circolare e la lettera succitata; e questo miglior indirizzo dovrà di certo uscire dal seno del Consiglio d’agricoltura, per sua natura chiamato all’ufficio di additare i bisogni più urgenti e riparabili.


Non si tratta di variare titoli o cifre nel bilancio già stabilito pel 1870, ma di interpretarne il significato, accordandolo ai bisogni ed alle condizioni attuali. Ecco qual è espresso il bilancio:

1. Colonie agricole, loro incremento, acquisto ed esperimento di macchine per le stesse, premi e dote di posti gratuiti e semigratuiti (a calcolo) L. 30,000
2. Esposizione di bestiame e prodotti agrari, commissioni, invio di campioni di prodotti nazionali all'estero (a calcolo) » 55,000
3. Esperienze agrarie, acclimazioni, provviste di semi, macchine, spese varie ed impreviste (a calcolo) » 145,000
4. Lezioni popolari, conferenze domenicali, libri, studi (a calcolo) » 10,000
5. Rappresentanze dell’agricoltura (a calcolo) » 5,000
6. Medaglie d’onore per espositori ed altri premi ai benemeriti dell’agricoltura » 25,000

Ora vediamo quale miglior interpretazione possa darsi a ciascun articolo, per rispondere meglio ai tempi.

Il primo è troppo specializzato, e non ammette interpretazione di sorta.

Il secondo permette di ritenere soltanto sussidiate le esposizioni regionali, ben inteso che vengano previamente [p. 10 modifica]stabilite le regioni agrarie affinchè non s’intenda regionale una esposizione poco più che provinciale.

Crediamo inoltre non essere difficile lo stabilire regioni agrarie per bacini naturali, per versanti, isole, non che per consuetudini agricole.

Queste divisioni servirebbero ad indicare i limiti di consorzi, ed a suo tempo, come ci si fa sperare, il numero e le sedi delle Camere d’agricoltura.

Il terzo «esperienze agrarie, acclimazioni, ecc.,» troverebbe come egregiamente impiegare le lire 145,000, quando si rivolgessero ad istituire stazioni agrarie di prova. Egli è a queste che spettano le esperienze sui semi, sui concimi, sulle macchine, sugli animali utili, ecc.; ed è soltanto da sperienze ben dirette, e da risultati attendibili che la scienza e la pratica agraria possono aspettarsi non lievi vantaggi.

Il quarto, lezioni popolari, ecc, potrebbesi rivolgere a premiare qualche docente che avesse diffuso utili nazioni nelle campagne, ed a promuovere e premiare non già la compilazione di catechismi, ma piuttosto monografie di coltivazioni. Queste monografie avrebbero il vantaggio di una più facile composizione, d’una compilazione più pratica, d’essere di piccola mole o di più tenue prezzo, ed ogni coltivatore sceglierebbe sol quella o quelle che più lo interessano per le sue speciali condizioni.

L’agricoltura delle provincie meridionali avrà il trattatello dell’ulivo, dell’arancio, del cotone, del sesamo, della canna da zucchero, della liquirizia, ecc.; e quella delle settentrionali avrà la viticultura, la vinificazione, la praticoltura, la selvicoltura, il governo del bestiame, la bachicultura, ecc. Infine ognuno avrebbe, senza inutili frangie, quanto gli occorre.

Si faccia invece un catechismo, e lo scrittore meridionale si troverà imbarazzato quando vorrà parlare di prati, come quello del Nord potrebbe forse screditarsi scrivendo sulla coltivazione d’una pianta che non conosce; e vicendevolmente il coltivatore del Nord e quello del Sud avrebbero delle nozioni sopra coltivazioni che non possono fare, e che non sono convenienti nelle speciali loro condizioni. [p. 11 modifica]

Otto o dieci monografie all’anno, con un premio di lire 800 circa per ciascuna delle migliori, in pochi anni ci arricchirebbero di manualetti sicuramente utili. Una commissione dovrebbe tutto al più incaricarsi di indicare l’ordine col quale dovrebbero succedersi le monografie, e le norme cui quelle avrebbero a soddisfare.

Il quinto rappresenta un titolo invariabile.

Il sesto dovrebbe servire a grandi premi per grandi intraprese agrarie od a diretto vantaggio dell’agricoltura. Di tal genere sarebbero le grandi opere di prosciugamento, di irrigazione, di dissodamento al piano, di rimboscamento al monte, l’allevamento ed il miglioramento del bestiame fatto in grande proporzione, l’introduzione o la diffusione di nuove coltivazioni, o di industrie che tendano ad aumentare e migliorare i prodotti del suolo.

Secondo noi, i sussidii all’istruzione agraria dovrebbero appartenere all’istruzione tecnica professionale, nella quale primeggia appunto la professione agricola. A tale riguardo fu un utile provvedimento quello che introdusse tre membri del Consiglio d’agricoltura nel Consiglio superiore dell’istruzione tecnica.

Per quanto abbiamo detto, crediamo eziandio essere eccellente idea quella manifestata dal ministro Castagnola di pubblicare una relazione di quanto fecero l’amministrazione ed i comizii nell’interesse dell’agricoltura. Sarà questa un’occasione di più per mettere in evidenza l’importanza d’una istituzione e la necessità di sorreggerla e di renderla efficace; sarà una soddisfazione data al paese ed ai comizii più attivi, e sarà un’occasione di più per provare quanto siano opportuni i provvedimenti iniziati e promossi dall’attuale ministero.

E noi crediamo che il Consiglio d’agricoltura potrà accelerare l’attuazione dei Consorzi, e dare un buon indirizzo agli interessi agrarii del paese, eziandio col suggerire un buon uso di quei sussidi che la nazione concede fin d’ora con parca mano all’incremento del suo più vitale interesse.