Canto III

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Canto II Canto IV
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L’INNAMORAMENTO

CANTO TERZO

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ALLEGORIA

In Amore, che ferisce il cuore alla madre, si accenna che questo irreparabile affetto non perdona a chi che sia. In Venere, che s’innamora d’Adone addormentato, si dinota quanto possa in un animo tenero la bellezza, eziandio quando ella non è coltivata. Nella medesima, che volendo guadagnarsi l’affezzion d’Adone cacciatore, prende la sembianza della Dea cacciatrice, e d’impudica si trasforma in casta, s’inferisce, che chiunque vuole adescare altrui, si serve di que’ mezi a’ quali conosce essere inclinato l’animo di colui che disegna di tirare a sé. E che molte volte la lascivia vien mascherata di modestia, né si trova femina così sfacciata, ch’almeno in su i principii non si ricopra col velo della onestà. Nella Rosa tinta del sangue di essa Dea, ed a lei dedicata, si dimostra che i piaceri venerei son fragili e caduchi; e sono il più delle volte accompagnati da aspre punture, o di passione veemente, o di pentimento mordace. [p. 152 modifica]

ARGOMENTO

Mentre che stanco Adon dorme in su ’l prato,
la bella Citherea n’arde d’amore.
Egli si desta, e pien di pari ardore
vassene seco invèr l’ostel beato.



1.Perfido è ben Amor, chi n’arde il sente:
ma chi è che nol senta, o che non n’arda?
E pur la cieca e forsennata gente
segue il suo peggio, e ’l proprio mal non guarda.
Fascino dilettoso, ond’uom sovente
pasce, credulo augello, ésca bugiarda.
Vede tese le reti, e non le fugge,
né vorria non voler quel che lo strugge.

2.Corre vaga Farfalla al chiaro lume,
solca incauto Nocchier le placid’onde:
quella nel fiero incendio arde le piume,
questo assorbon talor l’acque profonde.
Spesso arsenico in oro, e per costume
rigido tra bei fiori angue s’asconde;
e spesso in dolce pomo ed odorato
suol putrido abitar verme celato.

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3.Così spada lucente, arco depinto
con la pittura e con la luce alletta:
ma se l’una è trattata, e l’altro è spinto,
l’una trafige poi, l’altro saetta.
Così nuvolo ancor di raggi cinto
fiamme nel seno e fulmini ricetta;
e con dorato e luminoso crine
minaccia empia Cometa alte ruine.

4.Sirena, Hiena, che con falsa voce
e con canto mortale altrui tradisce.
Foco coverto, ch’assecura e coce,
aspe che dorme, e ’l tosco in sen nutrisce.
Spietato lusinghier, ch’alletta e nòce,
pietoso micidial, ch’unge e ferisce,
cortese carcerier, ch’a’ rei di morte,
quando chiusi gli ha in ceppi, apre le porte.

5.Dura legge, se legge esser può dove,
oppressa la ragion, regna la voglia,
e l’alma folle in strane guise e nove
per vestirsi d’altrui, di sé si spoglia.
Crudo Signor, ch’a forza i sensi move
a procacciarsi sol tormento e doglia.
Fère come la Morte, e non perdona,
senza distinguer mai stato o persona.

6.O del mondo Tiranno e di Natura,
se del materno duol gioisci e godi,
qual fia che schermo o scampo alma secura
abbia da le tue forze, o da le frodi?
Lasso, e di me che fia, che ’n prigion dura
vivo, e scioglier del cor non spero i nodi,
fin che quel nodo ancor non si discioglia,
che tien legata l’anima a la spoglia?

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7.Era ne la stagion che ’l Can celeste
fiamme essala latrando, e l’aria bolle,
ond’arde e langue in quelle parti e ’n queste
il fiore e l’erba e la campagna e ’l colle;
e ’l Pastor per spelonche e per foreste
rifugge a l’ombra fresca, a l’onda molle,
mentre che Febo a l’animal feroce,
che fu spoglia d’Alcide, il tergo coce.

8.L’olmo, il pino, l’abete, il faggio e l’orno,
già le braccia e le chiome ombrosi e spessi,
che dar su ’l fil del più cocente giorno
agli armenti solean grati recessi,
a pena or nudi, e senza fronde intorno
fanno col proprio tronco ombra a se stessi;
e mal secura da l’eterna face
ricovra agli antri suoi l’aura fugace.

9.Già varcata ha del dì la meza terza
su ’l carro ardente il luminoso Auriga,
e i volanti corsier, ch’ei punge e sferza,
tranno al mezo del Ciel l’aurea quadriga.
Tepidetto sudor, che serpe e scherza,
al bell’Adon la bella fronte irriga;
e ’n vive perle e liquide disciolto
cristallino ruscel stilla dal volto.

10.Sotto l’arsura de l’estiva lampa,
che dal più alto punto il suol percote,
tutto anelante il Garzonetto avampa,
e ’l grave incendio sostener mal pote.
Purpureo foco gli colora e stampa
di più dolce rossor le belle gote,
che ’l Sol, che secca i fiori in ogni riva,
in que’ prati d’Amor vie più gli aviva.

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11.Mentre che pur, dov’egli arresti il passo,
parte cerca più fresca, e meno aprica,
ode strepito d’acque a piè d’un sasso,
vede chiusa valletta al Sol nemica.
Or questo, il corpo a sollevar già lasso
e travagliato assai da la fatica,
seggio si sceglie, e stima util consiglio
qui depor l’armi, e dar ristoro al ciglio.

12.Fontana v’ha, cui stende intorno oscura
l’ombra sua protettrice annosa pioppa,
dove larga nutrice empie Natura
di vivace licor marmorea coppa.
Latte fresco e soave è l’onda pura,
un antro il seno, ed un cannon la poppa.
A ber su gli orli i distillati umori
apron l’avide labra erbette e fiori.

13.L’arco rallenta e de l’usato pondo,
al fianco ingiurïoso, il fianco alleggia,
e ’l volto acceso, e ’l crin fumante e biondo
lava nel fonte che ’n su ’l marmo ondeggia.
Poi colà dove il rezo è più profondo,
e d’umido smeraldo il suol verdeggia,
a l’erba in grembo si distende, e l’erba
ride di tant’onor lieta e superba.

14.Il gorgheggiar de’ garruletti augelli,
a cui da’ cavi alberghi Eco risponde;
il mormorar de’ placidi ruscelli,
che van dolce nel margo a romper l’onde;
il ventilar de’ tremuli arboscelli,
dove fan l’aure sibilar le fronde,
l’allettàr sì, che ’n su le sponde erbose
in un tranquillo oblio gli occhi compose.

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15.Non lunge è un colle, che l’ombrosa fronte
di mirti intreccia, e ’l crin di rose infiora,
e del Nilo fecondo il chiuso fonte
vagheggia, esposto a la nascente Aurora.
E quando rosseggiar fa l’Orizonte
l’aureo carro del Sol, che i poggi indora,
sente a l’aprir del mattutino Eoo
d’Eto i primi nitriti, e di Piroo.

16.A piè di questo i suoi giardini ha Clori,
e qui la Dea d’Amor sovente riede
a còrre i molli e rugiadosi odori
per far tepidi bagni al bianco piede.
Ed ecco sovra un talamo di fiori,
qui giunta a caso, il Giovinetto vede.
Ma mentr’ella in Adon rivolge il guardo,
Amor crudele in lei rivolge il dardo.

17.Per placar quel feroce animo irato
Venere sua, ch’al par degli occhi l’ama,
con l’ésca in man d’un picciol globo aurato
gonfio di vento, a sé da lunge il chiama.
Tosto che vede il vagabondo alato
la palla d’or, di possederla brama,
per poter poi con essa in chiuso loco
sfidar Mercurio e Ganimede a gioco.

18.Movesi ratto, e ’n spazïosa rota
gli omeri dibattendo, ondeggia ed erra.
Solca il ciel con le piume, in aria nuota,
or l’apre e spiega, or le ripiega e serra.
Or il suol rade, or vèr la pura e vota
più alta regïon s’erge da terra.
Alfin colà, dove Ciprigna stassi
china rapido l’ali, e drizza i passi.

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19.Ella il richiama, egli rifugge, e poi
torna e ’ntorno le scherza alto su i vanni.
Anime incaute e semplicette o voi,
non sia chi creda a que’ soavi inganni.
Fuggite (oimè) gli allettamenti suoi,
insidie i vezzi, e son gli scherzi affanni.
sempre là dov’ei ride è strazio acerbo.
O Dio quanto è crudel, quanto è superbo!

20.Questa dolce Magia, che per usanza
l’anime nostre a vaneggiar sospinge,
tal in sé di piacer ritien sembianza,
che quasi in amo d’or le prende e stringe.
Or se tanta han d’Amor forza e possanza
soli gli effetti allor ch’inganna e finge,
deh che fora a mirar viva e sincera
di quel corpo immortal la forma vera?

21.Di splendor tanto e sì sereno ognora
quel bel corpo celeste intorno è sparso,
che perderebbe ogni altro lume e fora
(senza escluderne il Sol) debile e scarso.
Stupor non sia, se Psiche (e chiusi ancora
avea gli occhi dal sonno) il cor n’ebb’arso
e vide innanzi a quella luce eterna
vacillando languir l’aurea lucerna!

22.Oh se nel fosco e torbido intelletto
di quella luce una scintilla avessi,
sì che, come scolpito il chiudo in petto,
così scoprirlo agli occhi altrui potessi,
farei veder nel suo giocondo aspetto
di bellezze divine estremi eccessi;
onde, scorgendo in lui tanta bellezza,
ragion la madre ha ben, se l’accarezza.

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23.Bionda testa, occhi azurri, e bruno ciglio,
bocca ridente e faccia ha dilicata,
né su la guancia, ove rosseggia il giglio,
spunta ancor la lanugine dorata.
Piume d’oro, di bianco, e di vermiglio
quinci e quindi su gli omeri dilata;
ed ha come Pavon le penne belle
tutte fregiate d’occhi di donzelle.

24.Molli d’ambrosia, e di rugiada ha sparte
le chiome e l’ali, e ’ngarzonisce a pena.
Bendato, e senza spoglie, il copre in parte
sol una fascia, che di cori è piena.
Arma la man con infallibil arte
d’arco, di stral, di face, e di catena.
L’accompagna in ogni atto il riso, il gioco,
e somiglia al color porpora e foco.

25.Corre ingordo a l’invito, e colmo un lembo
di fioretti e di fronde in prima coglie,
poi poggia in aria, e su ’l materno grembo
in colorita grandine lo scioglie;
ed ei nel molle ed odorato nembo
chiuso, e tra’ fiori involto e tra le foglie,
piover si lassa leggiermente, e sovra
la bellissima Dea posa e ricovra.

26.Tal di Donna real delizia e cura
picciolo can, che le sta sempre innanzi,
e de le dolci labra ha per ventura
di ricevere i baci e ber gli avanzi,
se con cenno o con cibo l’assecura
la bella man, che lo scacciò pur dianzi,
scote la coda, e saltellando riede
umilemente a rilambirle il piede.

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27.Pargoleggiando il bianco collo abbraccia,
bacia il bel volto e le mammelle ignude.
Ride per ciancia, e la vermiglia faccia
dentro il varco del petto asconde e chiude.
Ella, ch’ancor non sa qual le minaccia
l’atto vezzoso acerbe piaghe e crude,
colma di gioia tutta, e di trastullo,
si stringe in grembo il lusinghier fanciullo.

28.Stretto in grembo si tien la Dea ridente
il dolce peso entro le braccia assiso.
Su ’l ginocchio il solleva, e lievemente
l’agita, il culla, e se l’accosta al viso.
Or degli occhi ribacia il raggio ardente,
or de la bocca il desïato riso:
né sa che gonfia di mortal veleno
una Serpe crudel si nutre in seno.

29.Le colorite piume e le bell’ali,
che ’l volo scompigliò, l’aura disperse,
e le chiome incomposte e diseguali
polisce con le man morbide e terse.
Ma l’arco traditor, gl’infidi strali,
onde dure talor piaghe sofferse,
non s’arrischia a toccar, ché sa ben ella
qual contagio hanno in sé l’aspre quadrella.

30.Seco però, mentre che ’n braccio il tiene,
d’alquanto divisar pur si compiace.
— Figlio, dimmi — dicea — poi che conviene
ch’esser tra noi non deggia altro che pace,
perché prendi piacer de l’altrui pene?
Come sei sì protervo, e tanto audace,
ch’ognor con l’armi tue turbi e molesti
la quïete del Cielo, e de’ Celesti? —

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31.— Madre — risponde Amor — , s’erro talora,
ogni error mio per ignoranzia accade.
Tu vedi ben, che son fanciullo ancora:
condona i falli a l’immatura etade. —
— Tu fanciul? — replicò Venere allora. —
Chi sì stolto pensier ti persuade?
Coetaneo del Tempo, e nato avante
a le stelle ed al Ciel, t’appelli infante?

32.Forse, perché non hai canute chiome,
te stesso in ciò semplicemente inganni?
E ti dài pur di pargoletto il nome,
quasi l’astuzia poi non vinca gli anni! —
— E qual mia colpa — Amor soggiunge — o come
altri da me riceve offese o danni?
Perché denno biasmar l’inique genti
sol di gioia ministre armi innocenti?

33.In che pecco qualora altrui mostr’io
le cose belle? o che gran mal commetto?
Non accusi alcun l’arco o il foco mio,
ma se medesmo sol, ch’erra a diletto.
Se ’l tuo gran Padre, o qualunqu’altro Dio
si lagna a le mie forze esser soggetto,
di’ che ’l dolce non curi, il bel non brami,
e chi d’Amor non vuol languir, non ami. —

34.Ed ella: — Or tu, ch’ognor tante e sì nove
spieghi superbo in Ciel palme e trofei,
tu, che con alte e disusate prove
puoi tutti a senno tuo domar gli Dei,
tu, che non pur del sommo istesso Giove
vittorïoso e trïonfante sei,
ma da’ tuoi strali ancor pungenti e duri
me che ti generai non assecuri:

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35.dimmi, ond’avien che sol, pur come spenta
abbi la face, e la faretra vota,
contro Minerva è la tua man sì lenta
che non l’arda già mai, né la percota?
Che sol fra tanti un cor piaghe non senta,
che gli sia la tua fiamma in tutto ignota,
soffrir non posso; o le facelle e i dardi
depon’ per tutti, o lei ferisci ed ardi. —

36.Ed egli: — Oimè, costei di sì tremendo
sembiante arma la fronte, e sì severo,
che qualor per ferirla io l’arco tendo
temo l’aspetto suo virile e fiero.
Poi del grand’elmo ad or ad or scotendo
il minaccioso ed orrido cimiero,
di sì fatto terror suole ingombrarmi
ch’a la stupida man fa cader l’armi. —

37.Ed ella a lui: — Pur Marte era più molto
feroce e formidabile di questa;
da’ tuoi lacci però non n’andò sciolto,
malgrado ancor de la terribil cresta. —
Ed egli a lei: — Marte il rigor del volto
placa sovente, e mi fa gioco e festa,
m’invita ai vezzi, ad abbracciarmi corre:
l’altra sempre mi scaccia, e sempre aborre.

38.Talor, ch’osai d’avicinarmi alquanto,
giurò per quel Signor che regge il mondo,
o con l’asta o col piè, rotto ed infranto
precipitarmi a l’Herebo profondo.
D’angui chiomato ha poi nel petto ahi quanto
squallido in vista un teschio e furibondo,
del cui ciglio uscir suol tanto spavento
che ’n mirarlo agghiacciar tutto mi sento. —

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39.— Odi — dic’ella — odi sagace scusa,
sì certo sì. Dunque paventi e tremi
nel sen di Palla a risguardar Medusa,
e pur di Giove il folgore non temi?
Ma dimmi, or perché ’l cor d’alcuna Musa
non mai del loco tuo riceve i semi?
Queste sguardo non han rigido e crudo,
né del Gorgone il mostruoso scudo! —

40.— Vero dirotti — egli ripiglia — : io queste
non temo no, ma reverente onoro.
Accompagnata da sembianze oneste
virginal pudicizia io scorgo in loro.
Poi sempre intente al bel cantar celeste,
o in studio altro occupato è il sacro coro;
tal che non mai, se non ne’ molli versi,
da conversar tra lor varco m’apersi. —

41.Ed ella allor: — Poi che ritiene a freno
tanto furor qui zelo, ivi paura,
vorrei saver, perché Diana almeno
da le quadrella tue vive secura? —
— Né di costei — risponde — il casto seno
vaglio a ferir, rivolta ad altra cura.
Fugge per monti, né posar concede,
sì ch’ozio mai la signoreggi, al piede.

42.Ben ho quel chiaro Dio, che di Latona
seco nacque in un parto, Arciero anch’esso,
dico quel che di foco il crin corona,
piagato e d’altra fiamma acceso spesso. —
Così mentre con lei scherza e ragiona,
il tratto studia e le si stringe appresso;
e tuttavia dïalogando seco
coglie il tempo a colpir l’occhiuto Cieco.

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43.Dal purpureo turcasso, il qual gran parte
de le canne pungenti in sé ricetta,
(parve caso improvviso, e fu bell’arte)
la punta uscì de la fatal saetta.
Punge il fianco a la madre, indi in disparte
timidetto e fugace il volo affretta.
In un punto medesmo il fier Garzone
ferille il core, ed additolle Adone.

44.Gira la vista a quel ch’Amor l’addita,
ché scorgerlo ben può, sì presso ei giace,
ed — Oimè — grida — oimè, ch’io son tradita,
figlio ingrato e crudel, figlio fallace!
Ahi qual sento nel cor dolce ferita?
Ahi qual ardor, che mi consuma e piace?
Qual beltà nova agli occhi miei si mostra?
A Dio Marte, a Dio Ciel, non son più vostra.

45.Pèra quell’arco tuo d’inganni pieno,
pèra, iniquo fanciul, quel crudo dardo.
Tu prole mia? no no, di questo seno
no che mai non nascesti, empio bastardo!
Né mi sovien tal foco e tal veleno
concetto aver, per cui languisco ed ardo.
Ti generò di Cerbero Megera,
o de l’oscuro Chao la Notte nera. —

46.Si svelle in questo dir con duolo e sdegno
lo stral, ch’è nel bel fianco ancor confitto,
e tra le penne e ’l ferro in mezo al legno
trova il nome d’Adon segnato e scritto.
Vòlto a la piaga poi l’occhio e l’ingegno,
vede profondamente il sen trafitto,
e sente per le vene a poco a poco
serpendo gir licenzïoso foco.

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47.Ben egli è ver che quella fiamma è tale
che non senza piacer langue e sospira;
e vaga pur del non curato male,
mille in sé di pensier machine aggira.
Or si rivolge al velenoso strale,
or l’ésca del suo ardor lunge rimira;
e ’n questi accenti a le confuse voglie
con un Ahi! doloroso il groppo scioglie:

48.— Ahi ben d’ogni mortal femina vile
omai lo stato invidïar mi deggio,
poi che di furto e con insidia ostile,
da chi meno il devria, schernir mi veggio!
Mi ferisce il suo stral, m’arde il focile,
né de le mie sventure è questo il peggio:
ch’alfin le fiamme sue son tutte spente,
se la madre d’Amore amor non sente.

40.Ma ch’io soggiaccia a sì perversa sorte
che le bellezze mie si goda un fabro?
un aspro, un rozo, un ruvido consorte,
inculto, irsuto, affumigato e scabro?
e che legge immortal peggior che morte
mi costringa a baciar l’ispido labro?
labro, assai più ne l’orride fornaci
atto a soffiar carbon, ch’a porger baci?

50.un, ch’altro unqua non sa, che col martello
tempestando l’ancudini infernali
le caverne assordar di Mongibello
per temprar del mio Padre i fieri strali,
che dan cadendo in questo lato e ’n quello
vano spavento ai semplici mortali,
e del maestro lor sembianti espressi,
com’è torto il suo piè, son torti anch’essi?

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51.Deh quante volte audacemente accosta
importuno a la mia l’adusta faccia,
e quella man, c’ha pur allor deposta
la tanaglia e la lima, in sen mi caccia:
ed io, malgrado mio, son sottoposta
ai nodi pur de l’aborrite braccia,
ed a soffrir che mentre ei mi lusinga,
la fuligine e ’l fumo ognor mi tinga!

52.Pallade (oh saggia lei!) quantunque meco
non s’agguagli in beltà, ne fe’ rifiuto.
Né Giove il volse in Ciel, ma nel più cieco
fondo il dannò d’un baratro perduto;
onde piombando in quell’arsiccio speco
l’osso s’infranse, e zoppicò caduto.
E pur zoppo ne venne entro il mio letto
l’altrui pace a turbar col suo difetto!

53.Già non m’è già di mente ancor uscita
la rimembranza de l’indegne offese.
Altamente nel cor mi sta scolpita
l’insidia, che si perfida mi tese,
quando a la rete di diamante ordita
questo sozzo villan nuda mi prese,
follemente scoprendo ai Numi eterni
de le mie membra i penetrali interni.

54.Un rabbioso dispetto ancor sent’io
del grave oltraggio onde delusa fui,
poi che diè con sua infamia e biasmo mio
vergognosa materia al riso altrui.
Or non si dolga no chi mi schernio,
se l’onta che mi fe’, ricade in lui.
S’ei volse cancellar corno con scorno,
io saprò vendicar scorno con corno!

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55.L’Aurora innanzi dì si cala in terra
per abbracciar d’Atene il Cacciatore.
La Luna a meza notte il ciel disserra
per vagheggiar l’Arcadico Pastore.
Io perché no? Se ’l mio desir pur erra,
quella somma beltà scusa ogni errore.
Vo’ che ’l garzon, ch’io colà presso ho scorto,
sia vendetta a l’ingiuria, emenda al torto. —

56.Qui tace, e poi qual Cacciatrice al guado,
colà correndo a l’alta preda anela.
Vesta di lieve e candido zendado
le membra assai più candide le vela,
che, com’opposto al Sol leggiero e rado
vapor, le copre sì, ma non le cela.
Vola la falda intorno abile e crespa,
Zefiro la raccorcia, e la rincrespa.

57.Sudata da l’artefice marito
su l’omero gentil fibbia di smalto
con branche d’oro lucido e forbito
sospende ad un zaffir l’abito in alto.
L’arco, onde suole ogni animal ferito,
mercé de la man bella, ambir l’assalto,
con la faretra ch’al bel fianco scende,
ozïoso e dimesso al tergo pende.

58.Sotto il confin de la succinta gonna
(salvo il bel piè, ch’ammanta aureo calzare)
de l’una e l’altra tenera colonna
l’alabastro spirante ignudo appare.
Non vide il mondo mai (se la mia Donna
non l’agguaglia però) forme sì care.
Da lodar, da ritrar corpo sì bello
Thracia canto non ha, Grecia pennello.

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59.Voi Grazie voi, che dolcemente avete
nel nèttare del Ciel le labra infuse,
e ne’ lavacri più riposti siete
nude le sue bellezze a mirar use;
voi snodar la mia lingua, e voi potete
narrar di lei ciò che non san le Muse.
Intelletto terreno al Ciel non sale,
né fa volo divin penna mortale.

60.Pastor di Troia, oh te felice allora
che senza vel tanta beltà mirasti!
E saggio te, quanto felice ancora,
che ’l pregio a lei d’ogni beltà donasti.
Beltà che gli occhi e gli animi innamora,
Diva de le bellezze, e tanto basti.
Se non fuss’ella Citherea, direi
che Citherea s’assomigliasse a lei.

61.Non osa al bell’Adon Venere intanto
il vero aspetto suo scoprir sì tosto,
ma vuol per tòrne gioco innanzi alquanto
che sia sotto altra imagine nascosto.
Novo (i’ non saprei dir con qual incanto)
simulacro mentito ha già composto;
e già sì ben di Cinthia arnesi e gesti
finge, che ’n tutto lei la crederesti.

62.Va come Cinthia inculta ed inornata
e veste gonna di color d’erbetta.
Tutta in un fascio d’or la chioma aurata
le cade sovra l’omero negletta.
Nulla industria però ben ordinata
tanto con l’artificio altrui diletta
quanto al bel crin, ch’ogni ornamento sprezza,
accresce quel disordine bellezza.

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63.Tien duo Veltri la destra, al lato manco
pende d’aurea catena Indico dente.
D’argento in fronte immacolato e bianco
vedesi scintillar Luna lucente.
Lasciasi l’arco e la faretra al fianco,
prende d’acuto acciar spiedo pungente.
Tal ch’ai cani, agli strali, al corno, a l’asta
la più lasciva Dea par la più casta.

64.Non sol per suo diletto ella usar vole
ma per infamar l’emula quest’arte,
perché temendo, se la vede il Sole,
non l’accusi a Vulcano overo a Marte,
vuol ch’egli, o qualche Satiro che suole
da lui fuggire in quell’ombrosa parte,
a Pan più tosto il riferisca e dica
ch’ancor Dïana sua non è pudica.

65.Per più spedito agevolarsi il calle
l’aureo coturno si disfibbia e scalza,
poi de l’obliqua ed intricata valle
premendo va la discoscesa balza.
L’erbe dal Sole impallidite e gialle
verdeggian tutte, ogni fior s’apre ed alza.
Sotto il piè pellegrin del bosco inculto
ogni sterpo fiorisce, ogni virgulto.

66.Ed ecco audace e temeraria Spina,
ma quanto temeraria, anco felice,
che la tenera pianta alabastrina
punge in passando, e ’l sangue fuor n’elice,
e vien di quella porpora divina
ad ingemmar la cima impiagatrice.
Ma colorando i fior del proprio stelo,
scolora i fior de la beltà del Cielo.

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67.Pallidetta s’arresta e dolorosa
que’ begli ostri a stagnar col bianco lino,
e ’ntanto folgorar vede la Rosa,
già di color di neve, or di rubino.
Ma per doppia ferita ancor non posa,
né de la traccia sua lascia il camino.
Vinta la doglia è dal desire, e cede
a la piaga del cor quella del piede.

68.Or giunta sotto il solitario monte,
dove raro uman piè stampò mai l’orme,
trova colà su ’l margine del fonte
Adon, che ’n braccio ai fior s’adagia e dorme
ed or che già de la serena fronte
gli appanna il sonno le celesti forme,
e tien velato il gemino splendore,
veracemente egli rassembra Amore.

69.Rassembra Amor, qualor deposta e sciolta
la face, e gli aurei strali, e l’arco fido,
stanco di saëttar posa talvolta
su l’Idalio frondoso o in val di Gnido,
e dentro i mirti, ove tra l’ombra folta
han canori augelletti opaco nido,
appoggia il capo a la faretra, e quivi
carpisce il sonno al mormorar de’ rivi.

70.Sì come sagacissimo Seguso
poi che raggiunta ha pur tra fratta e fratta
vaga fera talor, col guardo e ’l muso
esplorando il covil, fermo s’appiatta;
e ’n cupa macchia rannicchiato e chiuso
par che voce non oda, occhio non batta,
mentre il varco e la preda, ov’ella sia
immobilmente insidïoso spia:

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71.così la Dea d’Amor, poi che soletta
giunge a mirar l’angelica sembianza,
eh’a le gioie amorose il bosco alletta,
e del suo Ciel le meraviglie avanza,
resta immobile e fredda, e ’n su l’erbetta,
di stupor sovrafatta, e di speranza,
siede tremante, e ’l bel che l’innamora
stupida ammira, e reverente adora.

72.In atto sì gentil prende riposo
che tutto leggiadria spira e dolcezza;
e ’l Sonno istesso in sì begli occhi ascoso
abbandonar non sa tanta bellezza.
Anzi par che di lor fatto geloso
di starsi ivi a diletto abbia vaghezza;
e con nido sì bel non le dispiaccia
cangiar di Pasithea l’amate braccia.

73.Placido figlio de la Notte bruna
il Sonno ardea d’Amor per Pasithea;
e perché questa de le Grazie er’una,
l’ottenne in sposa alfin da Citherea.
Or mentre che di lor sen gia ciascuna
l’erbe scegliendo per lavar la Dea,
scherzando intorno ignudo Spirto alato
partir non si sapea dal vicin prato.

74.Vanno ove Flora i suoi tapeti stende
le Grazie a còr qual più bel fior germoglia.
Qual da la spina sua rapisce e prende
la rosa, e qual del giglio il gambo spoglia.
Quella al balsamo Ebreo la scorza fende,
questa a l’Indica canna il crin disfoglia.
Altra, ove suol vibrar lingue di foco,
ricerca di Cilicia il biondo Croco.

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75.Or il tranquillo Dio, mentre che move
invisibil tra lor l’ali sue chete,
posar veggendo il bell’Adon là dove
tesson notte di fronde ombre secrete,
per piacer a la figlia alma di Giove,
gli pone agli occhi il ramoscel di Lethe;
tal che ben pote, oppresso in quella guisa,
star quanto vuole a contemplarlo assisa.

76.Tanta in lei gioia dal bel viso fiocca,
e tal da’ chiusi lumi incendio appiglia,
che tutta sovra lui pende, e trabocca
di desir, di piacer, di meraviglia.
E mentre or de la guancia, or de la bocca
rimira pur la porpora vermiglia,
sospirando un Oimè! svelle dal petto,
che non è di dolor, ma di diletto.

77.Qual industre Pittor, che ’ntento e fiso
in bel ritratto ad emular Natura,
tutto il fior, tutto il bel d’un vago viso
celatamente investigando fura:
del dolce sguardo e del soave riso
pria l’ombra ignuda entro ’l pensier figura,
poi con la man discepola de l’Arte
di leggiadri color la veste in carte:

78.tal ella quasi con pennel furtivo
l’aria involando de l’oggetto amato,
beve con occhio cupido e lascivo
le bellezze del volto innamorato;
indi de l’Idol suo verace e vivo
forma l’essempio con lo strale aurato,
e con lo stral medesimo d’Amore
se l’inchioda e confige in mezo al core.

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79.A piè gli siede, e studia attentamente
come la bella imago in sen si stampi.
In lui si specchia, ed a l’incendio ardente
tragge nov’ésca onde più forte avampi.
Ma de le stelle innecclissate e spente
suscitati veder vorrebbe i lampi;
e consumando va tra lieta e trista
in quel dolce spettacolo la vista.

80.Ben che ’l favor de’ rami ombrosi e densi
dal Sol difenda il Giovane che giace,
pur l’aria impressa di vapori accensi,
e ripercossa da l’estiva face,
e quel che lega dolcemente i sensi,
e sopisce i pensier, sonno tenace,
il volto insieme ed umidetto ed arso
di fiamme tutto e di sudor gli han sparso.

81.Onde la Dea pietosa, or de la vesta
il lembo, or un suo vel candido e lieve
in lui scotendo, a lusingar s’appresta
de la fronte e del crin l’ambra e la neve.
E mentre l’aria tepida e molesta
move, e scaccia il calor noioso e greve,
con l’aure vane a vaneggiar intesa
sfoga in sospir l’interna fiamma accesa.

82.— Aure o Aure — dicea — , vaghe e vezzose
peregrine de l’aria, Aure odorate,
voi che di questa selva in fra l’ombrose
cime sonore a stuol a stuol volate,
voi, cui de’ miei sospir l’aure amorose
doppian forza a le piume, Aure beate,
voi da l’estivo ingiurïoso ardore
deh difendete il nostro amato Amore

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83.Così di Verno mai, così di gelo
ira nemica non v’offenda o tocchi;
e quando i monti han più canuto il pelo
dolce da le vostr’ali ambrosia fiocchi;
e securo vi presti il bosco e ’l cielo
schermo dal vivo Sol di que’ begli occhi;
e molle abbiate, e di salute piena
ombra sempre tranquilla, aria serena.

83.Indi al fiorito e verdeggiante prato,
letto del Vago suo, rivolta dice:
— Terreno al par del Ciel sacro e beato,
aventurosi fiori, erba felice,
cui sostener tanta bellezza è dato,
cui posseder tanta ricchezza lice,
che de l’Idolo mio languido e stanco
siete guanciali al volto, e piume al fianco:

85.sia quel raggio d’Amor, che vi percote,
di Sole in vece a voi, fiori ben nati.
Ma che veggio? che veggio? or che non pote
la virtù de’ begli occhi ancor serrati?
Dal bel color de le divine gote,
dal puro odor di que’ celesti fiati
vanta la Rosa, e vergognoso il Giglio,
l’una pallida vien, l’altro vermiglio. —

86.Volgesi agli occhi, e dice: — Un degli ardenti
vostri lampi, occhi cari, or mi consoli,
occhi vaghi e leggiadri, occhi lucenti,
occhi de’ miei pensieri e porti e poli,
occhi dolci e sereni, occhi ridenti,
occhi de’ miei desiri e specchi e Soli,
finestre de l’Aurora, usci del die,
possenti a rischiarar le notti mie.

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87.Occhi, ov’Amor sostien lo scettro e ’l regno,
ov’egli arrota i più pungenti artigli,
voi sol potete il mio battuto ingegno
campar da le tempeste e da’ perigli,
non men che stanco e travagliato legno
soglian di Leda i duo lucenti figli.
Già parmi in voi veder, veggio pur certo
tra due chiuse palpebre un Cielo aperto.

88.Ma perché non v’aprite? e i dolci rai
non volgete a costei, ch’umil v’inchina?
Àprigli neghittoso, e sì vedrai
a qual ventura il fato or ti destina!
Rendi ai sensi il vigor, richiama omai
l’anima da’ bei membri peregrina.
Ah non gli aprir, ché chiuso anco il bel ciglio
spira l’ardor del mio spietato figlio.

89.Sonno ma tu, s’egli è pur ver che sei
viva e verace imagine di Morte,
anzi, di qualità simile a lei,
suo germano t’appelli, e suo consorte,
come come potesti a danni miei
entrar del Ciel ne le beate porte?
con che licenza oltre l’usato ardita
puoi negli occhi abitar de la mia vita?

90.E se sei pur de l’ombre e degli orrori
oscuro figlio e gelido compagno,
come i cocenti raggi e i chiari ardori
soffri di quel bel viso, ond’io mi lagno?
Fuggi il rischio mortal! Semplici cori
fan tra i vezzi d’Amor scarso guadagno.
Vanne vanne lontan, vattene in loco
dove tanto non sia splendore e foco.

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91.Ma se stender vuoi pur le brune piume
sovra il novello autor de’ miei tormenti,
deh porgi a l’ombre tue tanto di lume
che l’imagine mia gli rappresenti,
la qual sì come dolce io mi consume
gli mostri in atti supplici e dolenti,
onde nel pigro cor, mentre giac’egli
sonnacchioso dormendo, Amor si svegli. —

92.A pena ha queste note ultime espresse
che l’amico Morfeo, che l’è vicino,
fabrica d’aria, e di vapori intesse
simulacro leggiadro e peregrino.
Di tai forme si veste, e scopre in esse
di celeste beltà lume divino.
Donna, ch’è tutta luce, e foco spira,
nel teatro del sonno Adone ammira.

93.Corona tal, ch’altrui la vista offende,
cerchia la fronte lucida e serena,
e di gemme stellata avampa e splende,
e di stelle gemmata arde e balena.
E dal titolo suo ben si comprende
che non è chi la tien cosa terrena.
Havvi scritto dintorno in lettre aurate:
“Madre d’Amore, e Dea de la beltate”.

94.Mentre d’alto stupore Adon vien manco,
già pargli già la bella Larva udire,
che stendendo una man d’avorio bianco
— Adon, dammi il tuo cor — gli prende a dire.
E fu quasi un sol punto aprirgli il fianco,
dispiccarglielo a forza, e disparire.
Sognando il bel Garzon si dole e geme
sì che la vera Dea ne langue insieme.

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95.E traendo un sospir piano e sommesso
tempra il novo martìr che la tormenta,
e languisce e gioisce a un tempo istesso,
spera, teme, arde, agghiaccia, osa e paventa.
La mano e ’l sen s’empie di fiori, e spesso
su ’l viso un nembo al bel fanciul n’aventa.
Indi (ché lui destar non vuol) s’inchina
dolcemente a baciar l’erba vicina.

96.Poscia il bel riso entro le labra accolto,
che ’n carcere di perle s’imprigiona,
contempla attentamente, e del bel volto
vagheggiando la bocca, a lei ragiona.
— Urna di gemme, ov’è il mio cor sepolto,
a te medesma il mio fallir perdona,
s’io troppo ardisco; or che tu taci e dormi,
l’alma che mi rapisti io vo’ ritòrmi.

97.Che fo — seco dicea — , ché non accosto
volto a volto pian piano, e petto a petto?
Vola il tempo fugace, e seco tosto,
seguito dal dolor, fugge il diletto.
Ahi quel diletto, a cui non vien risposto
con bel cambio d’Amor, non è perfetto;
né con vero piacer bacio si prende,
cui l’amata beltà bacio non rende.

98.Qual dunque tregua attendo a’ miei martiri,
s’occasïon sì bella oggi tralasso?
Ma s’avien che si svegli, e che s’adiri,
dove rivolgerò confusa il passo?
Moveranno il suo cor pianti e sospiri,
pur che non abbia l’anima di sasso...
Non l’avrà, s’egli è bel! — Così dubbiosa
per baciarlo s’abbassa, e poi non osa.

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99.Come resta il Villan, s’a le fresch’onde
quando più latra in Ciel Sirio rabbioso
corre per bere, e vede in su le sponde
la Vipera crudel prender riposo:
o come il Cacciator, che fra le fronde
cerca di Filomena il nido ascoso,
e ficcando la man dentro la cova,
in vece de l’augel, l’aspe vi trova:

100.così lieta in un punto e timidetta
trema costei, quanto pur dianzi ardia.
L’afflige la beltà che la diletta,
il troppo stimular la fa restia.
Brama quel che l’offende, ed è costretta
tuttavolta a temer quel che desia.
Pentesi che tant’oltre erri il desire,
e si pente ancor poi del suo pentire.

101.Tre volte ai lievi e dolci fiati appressa
la bocca, e ’l bacio, e tre s’arresta e cede,
e sprone insieme e fren fatta a se stessa,
vuole e disvuole, or si ritragge, or riede.
Amor, che pur sollecitar non cessa,
la sforza alfine a le soavi prede,
sì ch’ardisce libar le rugiadose
di celeste licor, purpuree rose.

102.Al suon del bacio, ond’ella ambrosia bebbe,
l’addormentato Giovane destossi,
e poi ch’alquanto in sé rivenne, ed ebbe
dal grave sonno i lumi ebri riscossi,
tanto a quel vago oggetto in lui s’accrebbe
stupor, ch’immoto e tacito restossi;
indi da lei, ch’a l’improviso il colse,
per fuggir sbigottito il piè rivolse.

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103.Ma la Diva importuna il tenne a freno:
— Perché — disse — mi fuggi? ove ne vai
Mi volgeresti il bel guardo sereno,
se sapessi di me ciò che non sai! —
Ed egli allora abbarbagliato, e pieno
d’infinito diletto a tanti rai,
a tanti rai ch’un sì bel Sol gli offerse,
chiuse le luci, indi le labra aperse.

104.Ed — O qual tu ti sia, ch’a me ti mostri
tutta amor, tutta grazia, o Donna o Diva,
Diva certo immortal, da’ sommi chiostri
scesa a bear questa selvaggia riva,
se van — disse — tant’alto i preghi nostri,
se reverente affetto il Ciel non schiva,
spiega la tua condizïon, qual sei,
o fra gli uomini nata, o fra gli Dei? —

103.A la madre d’Amor, ch’altro non vole
ch’aver le luci a quelle luci affisse,
parve ch’aprendo l’un e l’altro Sole
de’ duo begli occhi, il Paradiso aprisse.
E le calde d’Amor dolci parole,
ch’a lei tremando e sospirando disse,
le furo söavissime e vitali
fiamme al cor, lacci a l’alma, al petto strali.

106.Ma pur de l’esser suo celando il vero,
mentitrice favella intanto forma.
— Così poco conosci, incauto Arciero,
lei che non solo il primo Cielo informa,
c’ha nel centro infernal non solo impero,
ma da cui queste selve han legge e norma?
E pur m’imiti e segui a tutte l’ore!
(poco men che non dissi: e m’ardi il core).

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107.I’ men venia, sì come soglio spesso
quando l’estivo Can ferve e sfavilla,
in questo bosco a meriggiar là presso
in riva a l’onda lucida e tranquilla,
ch’una bolla vivente aperta in esso
di cavernosa pomice distilla,
e forma un fonticel, ch’a le vicine
odorifere erbette imperla il crine:

108.quando il mio piè, che per l’estrema arsura
(sì come vedi) è d’ogni spoglia ignudo,
con repentina e rigida puntura
ago trafisse ingiurïoso e crudo.
E ben ch’uopo non sia medica cura
per farmi incontr’al duol riparo e scudo,
colsi quest’erbe, il cui vigore affrena
il corso al sangue, e può saldar la vena.

109.Ma perch’ogni mia Ninfa erra lontano,
e chi tratti non ho l’aspra ferita,
porgimi tu con la cortese mano
(a te ricorro, in te ricovro) aita. —
Qui del trafitto piè, del cor non sano
l’una piaga nasconde, e l’altra addita,
e scioglie, testimon de’ suoi martiri,
un sospiro diviso in duo sospiri.

110.Non era Adon di roza cote alpina
né di Libica Serpe al mondo nato.
Ma quando fusse ancor d’adamantina
selce, e di crudo tosco un petto armato,
ogni cor duro, ogni anima ferina
fora da sì bel Sol vinto e stemprato.
Né meraviglia fia, qualor s’accosta,
ch’arda a fiamma vorace ésca disposta.

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111.Reverenza, pietate, amore e tema
fan nel dubbioso cor fiera contesa;
ma perché deve ogni fortuna estrema
subitamente esser lasciata o presa,
non ricusa il favor, ma gela e trema
mentre s’appresta a sì soave impresa,
in quel gesto pietoso ed attrattivo,
con cui ride languendo occhio lascivo.

112.— Santo Nume — dicea — cui Cinto e Delo
porge voti, offre incensi, altari infiora,
vostra grande in Abisso, in Terra e ’n Cielo
virtù, chi non conosce, e non adora?
Scusate il cor, se con perfetto zelo
celebrar non vi sa quanto v’onora,
e l’ardir de la man prendete in pace,
che ’n sì degn’opra è d’ubbidirvi audace.

113.Deh qual ventura mai, qual proprio merto
d’infelice mortal tant’alto giunse?
Ben ho da benedir questo deserto
che le fide da voi serve disgiunse,
e quel, per cui m’è tanto bene offerto,
spinoso stel, che ’l bianco piè vi punse;
e vo’ segnar per tante glorie mie
con pietra lesbia un sì felice die.

114.Scintillan tante fiamme e tanti raggi
nel sembiante ch’io scorgo, altero e bello,
che dar poriano invidia e far oltraggi
al vostro ardente e lucido fratello.
Onde non già de’ boschi aspri e selvaggi,
ma Dea de’ cori e degli Amor v’appello;
ché s’io m’affiso in voi, di veder parmi
al volto Citherea, Dïana a l’armi. —

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115.Con questo ragionar, del piè gentile
si reca in grembo l’animato latte,
e poscia che con vel bianco e sottile
n’ha le gelate stille espresse e tratte,
de la destra v’accosta assai simile,
quasi in bel paragon, le nevi intatte.
Disse Amor, che non era indi lontano:
— Non volea sì bel piè men bella mano. —

116.Tasta la cicatrice, e terge e tocca
morbidamente i sanguinosi avori,
e mentre un rio di nèttare vi fiocca
tra cento erbe salubri, e cento odori,
fan con occhio loquace e muta bocca
Eco amorosa i tormentati cori,
dove in vece di voce il vago sguardo
quinci e quindi risponde: — Ardi, ch’io ardo. —

117.Dicea l’un fra suo cor: — Deh quali io miro
strani prodigi, e meraviglie nove?
Il Ciel d’Amor dal cristallino giro
di sanguigne rugiade un nembo piove!
Quando tra gli alabastri unqua s’udiro
nascer cinabri in cotal guisa, o dove?
Da fonte eburneo uscir rivi vermigli,
da le nevi coralli, ostri dai gigli?

118.Sangue puro e divin, ch’a poco a poco
fai sovra il latte scaturir le rose,
vorrei da te saver, sei sangue o foco,
che tante accogli in te faville ascose?
O non mai più vedute in alcun loco
gemme mie peregrine e prezïose,
di sì nobil miniera usciste fore,
che ben si vende a tanto prezzo un core!

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119.E tu candido piede insanguinato,
che di minio sì fino asperso sei,
e ricca pompa fai così smaltato
de’ tesori d’Amore agli occhi miei,
quanto più del mio cor sei fortunato,
del mio cor, che trafitto è da costei?
Langue ferita, e di ferir pur vaga
impiagato m’ha il cor con la sua piaga.

120.A te fasciato pur di bianco invoglio
efficace licor rimedio serba.
Senza fasce ei si dole, al suo cordoglio
non giova industria d’arte, o virtù d’erba.
Consenta pur Amor, che s’io mi doglio,
trovi ristoro almen la doglia acerba:
e stringendomi il fianco in dolce laccio,
se mi ferisce il piè, mi sani il braccio.

121.Chi più già mai di me felice fia,
s’egli averrà che questa bella essangue,
ch’al chiuder de la sua la piaga mia
apre così che ’l cor ne geme e langue,
d’Omicida crudel Medica pia
m’asciughi il pianto, ov’io l’asciugo il sangue?
sì che tra noie e gioie, e guerre e paci
quante mi dà ferite, io le dia baci? —

122.— Lassa — l’altra dicea — , che dolce pena!
Questa, che la mia piaga annoda e cinge,
non è fascia, anzi è ceppo, anzi è catena,
che mentre il piè mi lega, il cor mi stringe.
Questo purpureo umor, che ’n larga vena
di vivace rossor mi verga e tinge,
ahi ch’è l’anima mia, che ’n sangue espressa
vuole a costui sacrificar se stessa.

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123.Erbe felici, ch’a le mie ferute
dolor recate e refrigerio insieme,
ben che d’alto valor, quella virtute
che vive in voi, non è virtù di seme.
Vien da la bella man la mia salute,
da quella man che vi distilla e preme,
emula de’ begli occhi e del bel viso,
che sanandomi il corpo, ha il core ucciso.

124.O bella mano, ond’è che curar vuoi
la piaga del mio piè con tanto affetto?
Forse sol per poter farmene poi
mille più larghe e più profonde al petto?
Fors’è destin, che fuor ch’a’ colpi tuoi,
non dee corpo celeste esser soggetto.
La palma, che di me Morte non ebbe,
a te sol si concede, a te si debbe.

125.Ma che più tardo a disvelar quest’ombra,
che tiene il mio splendor di nube cinto?
S’or che le mie bellezze in parte adombra
magica benda, il mio aversario è vinto,
che fia quando ogni nebbia in tutto sgombra,
verrà che ceda al vero oggetto il finto? —
Disse, e squarciando le fallaci larve,
in propria effigie al Giovinetto apparve.

126.Qual Vergine talor semplice e pura
s’avien ch’astuta mano alzi e discopra
drappo, ch’alcuna in sé sacra figura
effigïata ad arte abbia di sopra,
ma secreta nasconda altra pittura,
di lascivo pennel piacevol opra,
tingendo il bel candor di grana fina,
da l’inganno confusa, i lumi inchina:

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127.tal si smarrisce Adon, quando scoverto
de la Dea gli si mostra il lume intero;
e tanto più, pur di sognar incerto,
d’alta confusïon colma il pensiero
perché conosce espressamente aperto
del sogno suo ne la vigilia il vero,
rivedendo colei che poco dianzi,
rubatrice del cor, gli apparve innanzi.

128.Al bel Garzon, che stupefatto resta
veduto il primo aspetto in aria sciolto,
la bella Dea discopre e manifesta
in un punto medesmo il core e ’l volto.
— Ben mio — dicea — , qual meraviglia è questa,
che tra dubbi pensier ti tiene involto?
Quel traveder, che ti fa star dubbioso,
fu di mia deïtà scherzo amoroso

129.Or non più mi nascondo. Io mi son quella
per cui d’amore il terzo Ciel s’accende.
Quella son io, la cui lucente stella
innanzi al Sole, emula al Sol risplende.
Taccio, che dal mio bel qualunque bella
bella è detta quaggiù, bellezza prende;
taccio, che figlia son del sommo Padre.
Dirò sol ch’amo, e che d’Amor son madre.

130.Quando ben fusse a tua notizia ignoto
quel che t’abbaglia insolito splendore,
qual è clima sì inospito e remoto?
alma qual è, che non conosca Amore?
Che se pur poco agli altri sensi è noto,
malgrado suo, n’ha conoscenza il core.
Se ti piace d’Amor dunque il piacere,
dimmi il tuo stato, e dammi il tuo volere. —

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131.Sì disse, e Pitho il persuase e vinse,
ch’entro le labra de la Dea s’ascose.
Pitho ministra sua d’ambrosia intinse
quelle faconde ed animate rose.
Pitho in leggiadri articoli distinse
le note accorte, e ’l bel parlar compose.
Pitho da la dolcissima favella
sparse catene, ed aventò quadrella.

132.Fusse la gran söavità di queste
voci, che ’l giovenil petto percosse,
o del bel cinto, ond’ella il fianco veste,
pur la virtù miracolosa fosse;
dal dolce suon del ragionar celeste
invaghito il Fanciul tutto si mosse;
ma quel che ’n lui più ch’altro ebbe possanza,
fu la divina oltramortal sembianza.

133.Un diadema Ciprigna avea gemmante,
gemme possenti a concitare amore.
V’era la pietra illustre e folgorante
c’ha da la Luna il nome e lo splendore,
la Calamita, ch’è del ferro amante,
e ’l Giacinto, ch’a Cinthio accese il core.
Ma la virtù de’ lucidi gioielli
fu nulla appo l’ardor degli occhi belli.

134.La destra ella gli stese, e ’l vago lino
scorciò, che nascondea la neve pura:
ond’implicato in un cerchietto fino,
che con mista di gemme aurea scultura
facea maniglia al gomito divino
rigido di barbarica ornatura,
(fuss’arte o caso) dilicato e bianco
fece il fuso veder del braccio manco.

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135.Tenea (com’io dicea) le membra belle
appannate d’un vel candido e netto,
e quai d’Adria veggiam Donne e Donzelle,
infin sotto le poppe ignudo il petto.
Fe’ vista allor tra ’l seno e le mammelle
voler groppo annodar non ben ristretto,
e più leggiadra e più secreta parte
fingendo di coprir, scoverse ad arte.

136.Mentre languia l’innamorata Dea,
Adon con fise ciglia in lei rivolto
tutto rapito a contemplar godea
le meraviglie del celeste volto,
e quivi in vista attonito scorgea
il bel del bello in breve spazio accolto.
Fra i detti intanto e fra gli sguardi Amore
gli entrò per gli occhi e per l’orecchie al core.

137.Ne l’udir, nel mirar s’accese ed arse
di non sentite ancor fiamme novelle,
e del foco del cor l’incendio sparse
su per le guance dilicate e belle.
Inchinò a terra onestamente scarse
vergognosetto le ridenti stelle,
poi verso lei con un sospir le volse,
alfin lo spirto in queste voci sciolse:

138.— O Dea cortese, o s’altro è pur fra noi
titol, ch’a maestà tanta convegna,
qual può mai cosa offrir vil servo a voi,
la cui pietà di cotal grazia il degna?
Lo scettro no, poi che ne’ regni suoi
povero diredato or più non regna.
La vita no, ché da voi Dei fatali
il vivere e ’l morir pende a’ mortali.

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139.Voi siete tal, ch’altri non può mirarvi
che mirando d’amor non se n’accenda;
ma non può alcuno accendersi ad amarvi
ch’amando non v’oltraggi, e non v’offenda.
Offesa v’è servirvi ed adorarvi,
v’oltraggia uom vil che cotant’alto intenda,
perché con quel ch’ogni misura passa
proporzïon non ha scala sì bassa.

140.Non dee tanto avanzarsi umano ardire
che presuma d’amar bellezza eterna,
ma curvar le ginocchia, e reverire
con devota umiltà chi ’l Ciel governa.
È ben ver, che qualora entra in desire
d’inferïor natura alma superna,
quella bontà, quella virtù sublime
ne l’amato suggetto il merto imprime.

141.Quel merto, ch’esser suol d’amor cagione
in noi mortali, è in voi Celesti effetto,
sì che quando alcun Dio d’amar dispone
uom terreno e caduco, il fa perfetto;
ché ben che disegual sia l’unione,
l’un de l’altro però sgombra il difetto;
e d’ogni indignità purgando il vile,
ciò ch’è per sé villan rende gentile.

142.Amor di voi m’innamorò per fama
pria ch’a veder vostra beltà giungessi,
e da lunge v’amai non men che s’ama
oggetto bel, ch’ingorda vista appressi.
Or che quanto il mio cor sospira e brama
son condotto a mirar con gli occhi istessi,
e ch’oltre il rimirarvi, altro m’è dato,
vo’ contentando voi, far me beato.

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143.Quanto darvi mi lice, e quanto è mio
vi sacro, e de l’ardir cheggio perdono.
Se degno son di voi, vostro son io,
e se ’l cor vi fia in grado, il cor vi dono.
Se mendica è la man, ricco è il desio,
siete donna di me più ch’io non sono.
Né, fuor che l’amor vostro, amar potrei,
né potendo voler, poter vorrei.

144.Il mio volere al voler vostro è presto
tanto, che quasi in me nulla n’avanza.
Lo stato mio, s’a tutti è manifesto,
come a voi di celarlo avrei baldanza?
Mirra (dirollo) il cui nefando incesto
la vergogna rinova a la membranza,
fu la mia genitrice, e da colui
che generolla, generato io fui.

145.Ed or selvaggio Cacciator ramingo,
sagittario di Damme e di Cervette,
l’arco per mio trastullo incocco e stringo,
ed impenno la fuga a le saette.
Felice error, che per l’orror solingo
di quest’ombre beate e benedette
fuor di via mi tirò, né ciò mi dole,
poi che perdo una fera, e trovo un Sole.

146.Ne’ be’ vostr’occhi, per cui vivo e moro,
l’anima omai depositar mi piace;
ma perché ’l cor sacrificato in loro
già sento già che ’n vivo ardor si sface,
e perch’a quella bocca, ov’è ’l tesoro
d’Amor, non è d’avicinarsi audace,
ecco, con questo bacio, ancor che indegno,
a te, candida mano, io la consegno. —

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147.Ed ella allor: — Che tu ti sia, mia Vita,
esperto Arcier, Saëttatore accorto,
altra prova non vo’ che la ferita
che ’n mezo al petto immedicabil porto.
Ma d’aver tal beltà mai partorita
Mirra (credilo a me) si vanta a torto,
perché fra l’ombre il Sol non si produce,
né può la notte generar la luce.

148.Ella il padre ingannò di notte oscura,
e tu porti negli occhi un dì sereno.
Ella di scorza alpestra il corpo indura,
e tu più che di latte hai molle il seno.
Ella amara e spiacente è per natura,
e tu sei tutto di dolcezza pieno.
Ella distilla lagrimosi umori,
e tu fai lagrimar l’anime e i cori.

149.Sol quelle luci tue rapaci e ladre,
ch’involando da’ petti i cori vanno,
parto furtivo di furtiva madre
t’accusan nato, e con furtivo inganno.
Or se membra sì belle e sì leggiadre
fur concette di furto, e furar sanno,
non ti meravigliar, se voglio anch’io
che chi mi fura il cor, sia furto mio.

150.Non pur gli occhi e le mani a tuo talento,
la bocca e ’l sen t’è posseder concesso,
ma t’apro il proprio fianco, e ti presento
in cambio del tuo core, il core istesso.
Vedrai che quell’amor, ch’al core io sento,
t’ha sculto no, ma trasformato in esso:
che sei de’ miei pensieri unico oggetto,
e ch’altro cor che te, non ho nel petto. —

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151.Con tai lusinghe il lusinghiero Amante
la lusinghiera Dea lusinga e prega.
Ella arditetta poi la man tremante
gli stende al collo, e dolcemente il lega.
Qui, mentr’Amor superbo e trïonfante
l’amoroso vessillo in alto spiega,
strette a groppi di braccia ambe le salme,
ammutiscon le lingue, e parlan l’alme.

152.Dolce de’ baci il fremito rimbomba,
e furandone parte invido vento,
degli assalti d’Amor sonora tromba,
per la selva ne mormora il concento;
a cui la Tortorella e la Colomba
rispondon pur con cento baci e cento.
Amor de’ furti lor dal vicin speco
occulto spettator, sorrise seco.

153.Fu così stretto il nodo, onde s’avinse
l’aventurosa coppia, e sì tenace,
che non più forte vite olmo mai strinse,
smilace spina, o quercia edra seguace.
Vaga nube d’argento ambo ricinse,
quivi gli scòrse e chiuse Amor sagace,
la cui perfidia vendicando l’onta
con mille piaghe una sferzata sconta.

154.La bella Dea che ’nsanguinò la rosa,
ben che trafitta il sen di colpo acerbo,
contro il figliuol non si mostrò sdegnosa
per non farlo più crudo e più superbo;
ma premendo nel cor la piaga ascosa,
si morse il dito, e disse: — Io te la serbo.
Per questa volta con l’altrui cordoglio
tanta mia gioia intorbidar non voglio. —

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155.Poi le luci girando al vicin colle,
dov’era il cespo che ’l bel piè trafisse,
fermossi alquanto a rimirarlo, e volle
il suo fior salutar pria che partisse;
e vedutolo ancor stillante e molle
quivi porporeggiar, così gli disse:
— Salviti il Ciel da tutti oltraggi e danni,
fatal cagion de’ miei felici affanni.

156.Rosa riso d’Amor, del Ciel fattura,
Rosa del sangue mio fatta vermiglia,
pregio del mondo, e fregio di Natura,
de la Terra e del Sol vergine figlia,
d’ogni Ninfa e Pastor delizia e cura,
onor de l’odorifera famiglia,
tu tien d’ogni beltà le palme prime,
sovra il vulgo de’ fior Donna sublime.

157.Quasi in bel trono Imperadrice altera
siedi colà su la nativa sponda.
Turba d’aure vezzosa e lusinghiera
ti corteggia dintorno, e ti seconda;
e di guardie pungenti armata schiera
ti difende per tutto, e ti circonda.
E tu fastosa del tuo regio vanto
porti d’or la corona, e d’ostro il manto.

158.Porpora de’ giardin, pompa de’ prati,
gemma di Primavera, occhio d’Aprile,
di te le Grazie e gli Amoretti alati
fan ghirlanda a la chioma, al sen monile.
Tu qualor torna agli alimenti usati
Ape leggiadra o Zefiro gentile,
dài lor da bere in tazza di rubini
rugiadosi licori e cristallini.

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159.Non superbisca ambizïoso il Sole
di trïonfar fra le minori stelle,
ch’ancor tu fra i ligustri e le vïole
scopri le pompe tue superbe e belle.
Tu sei con tue bellezze uniche e sole
splendor di queste piagge, egli di quelle.
Egli nel cerchio suo, tu nel tuo stelo,
tu Sole in terra, ed egli Rosa in Cielo.

160.E ben saran tra voi conformi voglie,
di te fia ’l Sole, e tu del Sole amante.
Ei de l’insegne tue, de le tue spoglie
l’Aurora vestirà nel suo levante.
Tu spiegherai ne’ crini e ne le foglie
la sua livrea dorata e fiammeggiante;
e per ritrarlo ed imitarlo a pieno
porterai sempre un picciol Sole in seno.

161.E perch’a me d’un tal servigio ancora
qualche grata mercé render s’aspetta,
tu sarai sol tra quanti fiori ha Flora
la favorita mia, la mia diletta.
E qual Donna più bella il mondo onora
io vo’ che tanto sol bella sia detta
quant’ornerà del tuo color vivace
e le gote, e le labra. — E qui si tace.

162.Il Palagio d’Amor ricco e pomposo
da quel bosco lontan non era guari,
ma di ciò che tenea nel grembo ascoso
degni già mai non fece occhi vulgari.
Non molto andàr, che di fin or squamosi
vider lampi vibrar fulgidi e chiari
il tetto, onde facea mirabilmente
l’edificio sublime ombra lucente.

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163.Quella Casa magnifica, che raro
a l’altrui vista i suoi secreti aperse,
al novo comparir d’oste sì caro
quanto di bello avea, tutto gli offerse;
e non sol di quel loco illustre e chiaro
la gloria incomparabile scoverse,
ma l’attuffò nel pelago profondo
di quante ha gioie e meraviglie il mondo.

164.Ne la torre primiera a destra mano
entrando il bell’Adon le piante mosse,
e si trovò dentro un cortile estrano,
il più ricco, il più bel che già mai fosse.
Quadro è il cortile, e spazïoso e piano,
ed ha di pietre il suol candide e rosse.
Par che ’l pavese un tavolier somigli
scaccheggiato a quartier bianchi e vermigli.

165.Torreggiante nel mezo ampia e sublime
sorge lumaca, onde si scende e poggia.
Quattr’archi, ch’escon fuor de le sue cime,
fanno una croce, ch’ai balcon s’appoggia
a cui congiunte son le stanze prime,
onde scorrer si può di loggia in loggia:
sì ch’una scala abbraccia e signoreggia
per quattro corridoi tutta la reggia.

166.Ne’ quattro quarti intorno, onde il cortile
da la croce diviso si comparte,
havvi intagliate da scarpel fabrile
quattro illustri fontane, una per parte,
di lavor sì stupendo, e sì sottile,
che ben si scorge che divina è l’arte.
Due d’alabastro e d’agata scolpite,
una di corniola, una d’ofite.

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167.Nettuno è in una, in atto effigïato
di ferir col tridente un scoglio alpino,
e ne fa scaturir per ogni lato
fiume d’acqua lucente e cristallino.
Sta sovra un nicchio da Delfin tirato,
vomita ancor cristallo ogni Delfino.
Quattro Tritoni intorno in mille rivi
versan per le lor trombe argenti vivi.

168.Ne l’altra entr’una pila incisi e scolti,
ch’a colonnetta picciola fa tetto,
stan tergo a tergo l’un l’altro rivolti
Piramo e Tisbe con la spada al petto;
e spruzzan fuor molti ruscelli e molti
per la piaga mortal di vino schietto,
onde viene a cader per doppia canna
dentro il vaso maggior purpurea manna.

169.Tien l’altra fonte in una conca tonda
seno a seno congiunto, e bocca a bocca,
Hermafrodito in su la fresca sponda,
che la bella Salmace abbraccia e tocca;
ed a questa ed a quello in guisa d’onda
da le membra e da’ crini ambrosia fiocca;
e su i lor capi una grand’urna piena
piove nèttare puro in larga vena.

170.La quarta esprime Amor, che sovra un sasso
quasi dormendo, si riposa in pace.
Le Grazie sotto lui stan più da basso,
come per custodir l’arco e la face.
Sparge balsamo fuor per lo turcasso
l’orbo fanciul, che sonnacchioso giace;
e l’amorose sue vaghe donzelle
stillan l’istesso umor per le mammelle.

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171.Per l’alloggio d’Adon tra quelle mura
va in volta la sollecita famiglia;
ma mentre che la Dea minuta cura
degli affari domestici si piglia,
col figlio a risguardar l’alta struttura
in disparte il Garzon trattien le ciglia;
e chi sia de la fabrica, che vede,
il possessor, l’abitator, gli chiede.

172.— Questo — con un sospiro Amor risponde —
che cotante in sé chiude opre sublimi,
è il mio diletto albergo, ed ho ben donde
pregiarlo sì che sovra ’l Ciel lo stimi.
Qui già le dolci mie piaghe profonde,
qui (lasso) incominciàr gl’incendii primi.
Qui per colei, che preso ancor mi tiene,
fu il principio fatal de le mie pene.

173.Non creder tu che libera sen vada
da le forze amorose alma divina,
ch’a bramar quel piacer, che tanto aggrada,
forte desir naturalmente inclina.
Ch’a questa legge sottogiaccia e cada
anco il Re de’ Celesti, il Ciel destina.
Ed io, pur io, da la cui mano istessa
piove gioia e dolor, passai per essa.

174.Non restai di languir, per ch’io possegga
la face eterna, insuperabil Dio,
e tratti l’arco onnipotente, e regga
gli elementi e le stelle a voler mio.
E se m’ascolterai, vo’ che tu vegga
che fui dal proprio stral ferito anch’io,
e che del proprio foco acceso il core
ed arse, e pianse innamorato Amore. —

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175.Così l’Arcier che di Ciprigna nacque
venia di Mirra al bel figliuol parlando;
e perch’assai d’udirlo ei si compiacque,
a le sue note attenzïon mostrando,
il dir riprese, e poi ch’alquanto tacque,
non però già di passeggiar lasciando,
nel grazïoso Adon gli occhi converse,
e ’n più lungo parlar le labra aperse.